Say signal master, are the yachts in sight?
Yes, may it please your Majesty
Which is first?
The America.
Which is second?
-Ah! Your Majesty, there is no second”

Quante volte abbiamo sentito questa conversazione. A parlare sarebbero, il 22 agosto 1851, la regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, e un marinaio (non uno qualunque, il “signal master“) dello yacht reale Victoria & Albert.  Siamo all’estremità occidentale dell’isola di Wight, una decina di miglia da Cowes al termine della regata più famosa della storia, quella da cui nasce la coppa America

There is no second è la frase più famosa dello sport della vela. Ma la regina Vittoria l’ha davvero pronunciata? Ci sono sempre stati molti dubbi in proposito. Di nuovo c’è che adesso documenti per la prima volta analizzati in questo contesto sembrano chiarire definitivamente la verità. Se la storia dello yachting vi intriga sino a questo livello di dettaglio, seguiteci.

Vi accingete a scoprire che in realtà l’efficacissima frase “there is no second” è frutto dell’abilità oratoria di questo politico americano:

Daniel Webster (1782-1852)

Tra poco conosceremo meglio il signor Webster, intanto sappiate che la sua frase, è stata per la prima volta attribuita alla regina Vittoria da quest’altro americano, a sua volta un politico (ma non solo) in parte suo contemporaneo:

Benjamin Butler (1818-1893)

Webster, Butler. Chi diavolo sono e che cosa c’entrano con la coppa America? 

Daniel Webster è stato un politico statunitense di primissimo piano nella sua epoca. Senatore del Massachusetts dal 1827 al 1841 e poi ancora dal 1845 al 1850, per ben 3 volte e con tre presidenti diversi (Harrison, Tyler e Fillmore) è stato Segretario di Stato. Al momento della regata all’isola di Wight è appunto Segretario di Stato nella presidenza Fillmore. Non sembra che fosse interessato alla vela, tantomeno allo yachting. Quello che è certo è che fosse un brillantissimo oratore, forse il migliore della sua epoca. Potremmo fare infiniti esempi del suo fine talento, ma forse è sufficiente oggi, per intuire quanto Webster sia stato significativo nella storia degli Stati Uniti, passeggiare oggi a New York per Central Park fino a scoprire questo monumento che ricorda ai contemporanei una delle sue frasi più efficaci:

Daniel Webster a Central Park, NY

Anche Benjamin Butler, come Webster (del quale è più giovane di 36 anni), è un avvocato e un politico. Sono dallo stesso lato della storia, per l’abolizione dello schivismo e per l’Unione. Ma se Webster, in termini attuali, è un politico puro, quasi idealista, Butler invece è assai più “compromesso” con la realtà. E’ un uomo d’affari, diventa ricchissimo. Se volete un assaggio della avventurosa e spesso discussa vita di Benjamin Butler, che a un certo punto della sua esistenza si guadagnò, tra l’altro, il soprannome di “the beast” (la bestia)  potete approfondire qui. Quello che più ci riguarda in questo contesto, è che a un certo punto della sua vita, Ben Butler incrocia America, si proprio lo yacht che ha battuto tutta la flotta inglese il 22 agosto 1851, sotto gli occhi della regina Vittoria.  E’ Benjamin Butler infatti, attraverso un prestanome, ad entrare in possesso nel 1873 di America, messa nel frattempo incredibilmente all’asta dalla US Navy, che la possedeva. Come in molte altre occasioni della vita di Butler, anche questa circostanza è controversa al punto che lo stesso Congresso degli Stati Uniti, tre anni dopo, nel 1876, promuove una inchiesta che prova l’avvenuta corruzione del Navy Secretary George M. Robeson, l’uomo che aveva deciso la messa in vendita di America, nonostante che il suo valore simbolico fosse già stato riconosciuto.

Ma tutto questo è già noto e documentato dettagliatamente nel libro The America (The Story of the World’s Most Famous Yacht) di Charles Boswell, New York, 1967, il più completo mai scritto sull’argomento e dove peraltro la frase “there is no second” non viene citata. Il primo in effetti a citarla e ad attribuirla alla Regina Vittoria è proprio Ben Butler, che nel luglio del 1885 (cioè 12 anni dopo averla acquistata) scrive per la rivista Harper’s Magazine un articolo intitolato “The Story of America“. Butler, lo abbiamo detto, era un politico di primo piano. Un anno prima aveva toccato l’apice della sua carriera diventando governatore dello stato del Massachussetts, utilizzava America spessissimo e in grande anticipo sui tempi, come veicolo di rappresentanza. In tale ottica va inquadrato l’articolo su una delle riviste più importanti dell’epoca. Era pur sempre però il proprietario, l’armatore di America e sono dunque ben intuibili le ragioni per le quali avrebbe potuto aver interesse ad accrescere il mito di America. Resta il fatto che a pagina 305 di Harper’s Magazine del luglio 1885 compare per la prima volta la conversazione del “there is no second”  

Questa è esattamente la genesi della frase “there is no second“, almeno nella sua versione attribuita direttamente alla Regina. Come tale quindi merita la nostra massima attenzione. C’è scritto che sul The Illustrated London Journal, qualche giorno dopo la regata del 22 agosto 1851, apparve una vignetta che riportava la conversazione tra Regina e segnalatore. Bene, il fatto che fosse una vignetta, basterebbe a ridimensionare il tutto. Su una vignetta, sopratutto in Inghilterra in quel periodo si faceva satira, per lo più politica. Dunque il fatto che una vignetta attribuisse a Vittoria delle parole, non significava certo che le avesse dette proprio in quel modo.

Già, se della regina Vittoria avete in mente l’immagine severa della donna che ha portato il lutto per la morte del marito per ben 41 anni, e che ci è stata tramandata dalle fotografie che nel frattempo erano state inventate, siete lontanissimi dalla realtà. Nel momento della regata vinta da America Vittoria, ha 32 anni. Da 14 è stata incoronata, da 11 è sposata con il principe Albert dal quale ha già avuto la bellezza di 7 figli (Victoria nel 1840, Albert Edward nel ‘41, Alice nel ‘43, Alfred nel ‘44, Helena nel ‘46, Louise nel ‘48 e Arthur che era nato il primo maggio del 1850 e aveva dunque un anno e quasi 4 mesi).  Nonostante che le numerose biografie dedicate alla regina chiariscano quanto Vittoria non amasse le gravidanze, ma contemporaneamente fosse attratta da suo marito, intellettualmente e fisicamente, al punto da essere impossibilitata ad evitarle, dobbiamo pensare ad una donna profondamente felice. Una felicità amplificata dal fatto di trovarsi, nella circostanza, nella amatissima isola di Wight, dove aveva realizzato, col marito ovviamente, la dimora preferita, Osborne House. Dunque la 32enne Vittoria, il 22 agosto 1851 è certamente col marito a bordo dello yacht reale chiamato con pochissima fantasia, Victoria & Albert per seguire la regata alla quale partecipa America. Ci sono anche i figli, anche se non è certo quanti ed esattamente chi. Aggiungiamo questi dettagli apparentemente insignificanti per definire meglio il contesto. Un contesto familiare (non sono riportate autorità particolari a bordo, salvo l’indispensabile) nel quale è forse plausibile che al termine di una lunga giornata passata in mare, a seguire uno sport che interessava soprattutto, per non dire esclusivamente al principe consorte, la Regina fosse stanca se non addirittura stufa. Impaziente al punto di chiedere direttamente ad una vedetta informazioni sulla regata? Perchè avrebbe dovuto chiedere lei? Non era mai sola, circondata da dame di compagnia, segretari, collaboratori, familiari. Per l’etichetta del tempo non avrebbe avuto alcun senso scavalcarli, per domandare direttamente a un marinaio. E’ vero che, e sia detto con tutto il rispetto, la Regina era alta 152 centimetri, dunque da sola, in piedi sul ponte, non aveva la possibilità di guardare tanto lontano. Per tutto, ciò sarebbe dunque teoricamente verosimile la domanda: “Are the yachts in sight?” (Si vedono le barche?). Ma anche ammesso che la conversazione possa essere avvenuta, quello che appare inverosimile è che sia stata raccontata a terra da qualcuno di bordo. Nel 1851, ai giornalisti non era possibile avvicinare l’equipaggio dello yacht reale. E per la verità ai giornalisti non veniva neppure in mente di cercare informazioni di quel tipo.  Dunque non esiste una sola testimonianza di qualcuno dell’equipaggio del Victoria & Albert che abbia raccontato di quella conversazione tra le Regina e il suo segnalatore, secondo Benjamin Butler riportata in una vignetta, su un giornale non meglio identificato, qualche giorno dopo la regata. In quanto a Vittoria, in quei giorni appariva così: 

Vittoria nel 1852. Dipinto di T H Maquire. (Photo Hulton Archive/Getty Images)

Ma torniamo all’articolo di Butler su Harper’s Monthly Magazine. Ancor più significativo appare il fatto che il citato The Illustrated London Journal non esiste e non esisteva nel 1851. Sembra solo una disattenzione, perchè esisteva invece, era popolarissimo e pubblicava molti disegni (non potendo fotografie, non ancora disponibili) The Illustrated London News. E qui, in effetti, sul numero 513, pubblicato il 30 agosto 1851, cioè proprio pochi giorni dopo la regata, esattamente come scrive Butler su Harper’s Magazine 34 anni dopo, c’è non solo una vignetta, ma due pagine intere dedicate all’evento. Dove però manca una qualsiasi traccia della conversazione tra Regina e segnalatore.

Le pagine del The Illustrated London News sembrano dimostrare che la ricostruzuione proposta da Butler sia appunto indimostrabile. Bisogna dire però che immediatemente qualcuno si prese la briga di confutarla. Captain Roland F. Coffin, un esperto marinaio autore di diversi libri, pubblica solo pochi mesi dopo l’uscita dell’articolo su Harper’s Magazine il suo The America’s Cup (How it was won by the yacht America in 1851 and has been since defended). Risulta essere il primo libro pubblicato sulla regata e con “America’s cup” nel titolo. E’ preciso, ben fatto ed è ovviamente citato in tutte le bibliografie delle migliaia dei volumi successivi dedicati a questa competizione. Coffin registra la ricostruzione di Butler, ma nei confronti di essa è quasi sarcastico. Vedere per credere:

Captain Roland F. Coffin, The America’s Cup, pagina 20.

Tutti i tasselli sembrano a posto. Captain Coffin, conscio per primo dell’efficacia della frase, si sente per questo in dovere di citarla nel suo libro, in quanto all’attendibilità della fonte… beh, pare chiaro, che non ci creda. E l’ipotesi che sia stata una invenzione di Ben Butler, la vanità in fondo innocua di un armatore che parla della propria barca,  sembra ben supportata anche da un altro particolare. E quel particolare è in effetti un volume di ben 1166 pagine, intitolato semplicemente Butler’s Book (autobiography and personal reminiscences of major general Benj. Butler) pubblicato nel 1892, un anno prima della morte dell’autore e disponibile liberamente on line (qui). 

La biografia di Benjamin Butler.

La lettura della ponderosa biografia di Benjamin Butler richiede molta pazienza, ma per gli interessati ad America, la barca, acquistata dallo stesso, come detto nel 1873 e rimasta nella disponibilità dei suoi eredi sino al 1916 (Ben Butler muore nel 1895 tre anni dopo l’uscita del suo libro) è una vera delusione. Di America c’è una bellissima illustrazione che è sostanzialmente inedita per i velisti, ma niente altro. 1116 pagine di vita avventurosa sembrano non offrire spazio sufficiente per raccontare la storia di una barca già leggendaria. L’autore l’aveva già scritta per Harper’s Magazine, ma non ritiene riprenderla neppure in parte nella sua biografia. Sorprendente. Ad esser maligni si potrebbe pensare persino al segno di un pentimento per quella prima fantasiosa ricostruzione… 

Insieme alla riproduzione di America, qui sopra ci sono altre due pagine tratte dal libro di Butler.  Raccontano di un busto di Daniel Webster presente a casa dell’autore. Perchè vela la segnaliamo?  La ragione tecnica, la spiega l’autore stesso, a pagina 64 e potete verificarla. Per Butler dunque, Daniel Webster era una specie di mito. Non ci sono dubbi. Ed è anche venuto il momento di ricordare che Daniel Webster è in qualche modo collegato allo yacht America e alla regata poi conosciuta con il suo nome. Come? Per saperlo è necessario consultare un altro volume importante, intitolato The Lawson History of the America’s Cup (A record of Fifty years) di Winfield M. Thompson e Thomas W. Lawson, pubblicato a Boston, nel 1902.  Il Lawson, come è semplicemente chiamato tra gli addetti ai lavori, commissionato da Thomas Lawson, un ricco uomo d’affari che tentò senza successo di essere selezionato come difensore della Coppa tra fine Ottocento e primi del Novecento, è considerato in qualche modo il testo storico ufficiale della regata sino appunto all’undicesima edizione, disputata nel 1901. A pagina 29 del Lawson si legge:

Come vedete anche qui la conversazione tra Regina e segnalatore è riportata, seppur definita the “good old tale“, una bella, vecchia favola. Quello che incuriosisce molto è l’ultimo capoverso che cita un discorso tenuto proprio da Daniel Webster, circa 2 settimane dopo la regata di Cowes del 22 agosto, a Boston, in occasione dell’apertura della linea ferroviaria che collegava per la prima volta le province del Canada al Massachussetts. Scrive il Lawson che Websterbroke off his speech to announce the victory. Like Jupiter among the gods -disse- America is first and there is no second“.  Ecco che magicamente, appare, 34 anni prima che sia stata scritta da Butler per Harper’s Magazine, la famosa frase.

Come è possibile?  Da quando viene scritta sul Lawson, grazie alla reputazione di estrema accuratezza di tutto il volume che la contiene, la frase non viene mai confutata e presa per buona da tutti gli storici del settore che la riportano ovunque segnalandola come il vero momento pubblico nel quale gli americani vengono a conoscenza della vittoria di America in Inghilterra. In effetti nonostante siano passati ormai quasi 170 anni, è ora possibile ricostruire con precisione gli eventi. E’ possibile perchè recentemente la compagnia ferroviaria che oggi gestisce la linea con il Canada ha messo on line i documenti relativi a quella cerimonia del settembre del 1851 nel corso della quale Daniel Webster pronunciò per la prima volta la frase “there is no second“, esattamente il 17 settembre 1851 (ad essere pignoli non due settimane dopo la regata come scrive il Lawson, ma più di quattro). Sono liberamente consultabili on line qui e non risulta che siamo mai stati citati prima in nessuna pubblicazione dedicata alla coppa America. Eccoli:

 

L’imprecisione della data non è la sola. Il testo ufficiale non riporta nessuna indicazione della “broke off” (interruzione) dello speech citata dal Lawson. La frase “there is no second” c’è, ma è all’interno di un discorso ampio e ben articolato, nel quale traboccano i sentimenti patriotici che culminano con l’auspicio per un tempo nel quale America shall command ocean and both, oceans, and all ocean. Un saggio della indiscutibile abilità oratoria di Webster che meritava forse di essere ricordata. Tutto questo non è appunto citato dal Lawson, ed essendo il Lawson, la fonte principale di tutti i libri successivi sull’argomento, è stato dimenticato. In realtà, leggendo con attenzione la trascrizione del discorso di Webster, è possibile cogliere altri preziosi particolari. Webster, parla di una “anti-American press” che aveva mostrato ostilità all’avventura dello yacht America in Europa. Il che lascia evidentemente supporre che Webster avesse letto sui giornali inglesi i resoconti delle imprese di America. Bene, è molto probabile allora che abbia letto anche il pezzo più importante, sul quotidiano più autorevole, quello uscito sul Times di Londra il 25 agosto 1851 la prima edizione che contiene il resoconto della regata vinta da America all’isola di Wight.  Tecnicamente è possibile che lo abbia fatto. Quando parla a Boston, il 17 settembre, il quotidiano di Londra che racconta il trionfo è uscito da 23 giorni. Ne servivano circa 7 per attraversare l’Atlantico alle navi che allora collegavano l’Inghilterra agli Stati Uniti. Webster è un politico di primo piano, certamente si teneva aggiornato e i giornali erano una fonte indispensabile allora. Non esiste prova certa che Webster abbia letto proprio il Times per attingere alle informazioni sulla vittoria di America che rielabora nel suo discorso. Avrebbe potuto per esempio aver letto The Illustrated London News che vi abbiamo mostrato prima. Qualcosa però induce a pensare diversamente. Nel pezzo sul Times del 25 agosto infatti viene riportato un dialogo. Guardate:  

The Times, 25 agosto 1851

Siamo al tramonto del 22, il giorno della regata. C’è il Royal yacht (sul quale sono a bordo la regina Vittoria e suo marito, il principe Albert) che naviga per un tratto half-steam, a mezzo vapore, vicino ad America. Ma soprattutto ci sono “innumerable yachts” di spettatori dai quali echeggia (“on every side“) il grido (“the hail“): “Is the America first? Yes. What’s second? Nothing“. Clamorosamente simile a “there is no second“, non trovate? L’articolo del Times seppellisce definitivamente l’ipotesi che la regina Vittoria abbia partecipato davvero a quella conversazione.

Dunque: o per una incredibile coincidenza Webster un mese dopo, ha sintetizzato l’evento esprimendo con quasi le stesse parole lo stesso concetto, oppure, più probabilmente, l’abilissimo oratore americano aveva avuto tra le mani quell’articolo, ne era rimasto colpito sino a rielaborarlo. Da “what’s second? Nothing” a “there is no second” il passo è solo apparentemente brevissimo, in termini di efficacia comunicativa è invece gigantesco: da notazione brillante di un cronista all’immortalità. E’ andata davvero così? 

Per capirlo resta da aggiungere un ultimo dettaglio. Che coinvolge di nuovo Benjamin Butler. La sua ammirazione nei confronti di Daniel Webster è documentata. Non ci sono però prove certe della presenza di Butler a Boston all’inaugurazione delle linea ferrovia con il Canada nel corso della quale Webster conia l’espressione “there is no second“. In quel momento Butler non aveva incarichi pubblici, ma Boston era la sua città, erano presenti tutte le più importanti autorità politiche ed è difficile pensare che non ci fosse, che abbia perduto la possibilità di ascoltare dal vivo il suo “idolo” Webster pronunciare la storica frase “America is first and there is no second“. Una frase talmente brillante e perfetta da essere indimenticabile. Se è successo così,  se ne è evidentemente ricordato 34 anni dopo nel compilare il suo “pasticciato” articolo per Harper’s Monthly Magazine, dove la stessa frase, ascoltata in un discorso pubblico tanto tempo prima, viene inserita in una conversazione tra la regina Vittoria e un uomo dell’equipaggio del suo yacht.  Un aggiustamento quasi innocuo, più che un’appropriazione di idee  forse più una specie di tributo di Butler al suo mito, Daniel Webster. Una piccola bugia talmente ben costruita alla quale tutti, da lì in avanti hanno finito per dare credito. Ma è anche doveroso ricordare che se non fosse stato per Benjamin Butler,  quella frase non sarebbe mai arrivata a noi. Così come non sarebbe stata concepita se Webster, da grande professionista dell’arte oratoria, non si fosse ben documentato prima di inserire lo yacht America all’interno di un discorso politico patriottico.  Insomma, in una sintesi brutale potremmo ridurre tutto a: Webster ha “copiato” dal Times, Butler ha “copiato” Webster e aggiungendo un paio di piccole bugie ha coinvolto la regina Vittoria, di gran lunga la persona più importante al mondo del periodo. Considerando che nel momento che la tirava in ballo, Butler era proprio l’armatore di America, il suo tornaconto è palese.  La versione di Butler, suonava e suona talmente bene, che continuiamo ancora, ben più di un secolo e mezzo dopo, a raccontarcela. Anche se fa acqua da tutte le parti. 

 

 

Daniel Webster

FONTI:

The America’s Cup (How it was won by the yacht America in 1851 and has been since defended), Roland F. Coffin, Charles Scribner’s Son, New York, 1885

Butler’s Book (autobiography and personal reminiscences of major general Benj. Butler), Benjamin Butler, Boston, 1892

The Lawson History of the America’s cup, Winfield Thompson and Thomas Lawson, Boston, 1902

American Yachting, W. P. Stephens, Macmillan Company, New York 1904

Queen Victoria, Edith Sitwell, Houghton Mifflin, Boston 1936

Yachting, a history, Peter Heaton, Charles Scribner’s Son, New York 1956

The America’s cup races, Herbert L. Stone and William H. Taylor, D. Van Nonstrand, Princeton, 1958

America, the story of the world’s most famous yacht, Charles Boswell, David McKay Company, New York 1967

The low black schooner: yacht America 1851-1944, John Rousmaniere, Mystic Seaport Museum, 1986

Victoria the queen, an intimate biography of the woman who ruled an empire, Julia Baird, Random House, New York, 2016

Harper’s Monthly Magazine, luglio 1885

The Illustrated London News, 30 agosto 1851

The Times, 25 agosto 1851

Benjamin Butler nel 1862, alla guida l’esercito nordista che conquista New Orleans

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Che cosa intende fare Andrea Mura? Davvero pensa che possa finire tutto con il suo passaggio al gruppo misto di Montecitorio dopo l’espulsione dal Movimento 5 Stelle? No Andrea, non può finire in questo modo. Il mondo della vela si aspetta che tu ti dimetta al più presto da parlamentare e restituisca gli stipendi sinora incassati. Come fai a non capire che se non lo fai rapidamente la tua carriera velica è finita? Pensi sul serio che possa esistere uno sponsor disposto ad investire un solo euro sulle tue prossime regate con quello che è successo? Più passano le ore più diventano irrilevanti le tue ragioni, che saranno sempre  e comunque, qualunque esse siano, una pagliuzza rispetto alla trave che ti ha travolto. Pensaci. Piena assunsione di resposabilità e restituzione completa del denaro ricevuto. Non c’è un bordo alternativo se vuoi continuare ad essere un velista.

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FIV come Federazione Italiana Vela? La tentazione semmai, in questi giorni, è di concedersi un grido: FIV, Fuori I Vili. Come minimo è una delle reazioni possibili alla lettura del documento con il quale il Procuratore Federale (l’avvocato romano Giancarlo Sabbadini) comunica alla Procura Generale dello Sport l’intenzione di archiviare le indagini a carico del tesserato Santiago Lopez. Ricordate? Si tratta di uno dei numerosi procedimenti collegati alla vicenda che ha visto protagonisti la Fraglia della Vela di Riva del Garda (Lopez è un suo istruttore) e della signora Barbara della Valle in quanto genitrice di due sorelle, Giorgia e Carlotta Cingolani. Entrambe, all’epoca, frequentatrici della squadra Optimist del medesimo club. Del fatto, conclusosi nella sua parte principale per quanto riguarda la Giustizia Sportiva con la doppia assoluzione della Fraglia della Vela e del suo istruttore, ci siamo più volte e a lungo occupati in passato e basterà avere la pazienza di scorrere attraverso i post precedenti per ripercorrere tutti i particolari. Questa volta si tratta di altro. Ecco qua:

 

Incredibile, vero? Il proscioglimento in questione (le sottolineature sono nostre) appare indubbiamente coerente con quello principale. Però. Però. Le parole hanno un senso. Santiago Lopez, sito web della Fraglia della Vela alla mano, attualmente uno degli istruttori della scuola della vela di quel circolo, è definito dal Procuratore Federale Sabbadini, come “autore di dichiarazioni inveritiere” (cioè bugiardo), di condotta “moralmente riprovevole“. Non pago, Sabbadini aggiunge che Lopez, pur muovendosi all’interno del proprio libero diritto di difesa, appaia come “del tutto privo di senso di proibità sportiva“. Probo è un aggettivo desueto, ma privo di ambiguità, vuol dire onesto. La logica del diritto consente al Procuratore Generale di arrivare al proscioglimento e ne prendiamo atto. Non ci interessa la parte legale della vicenda. O meglio, ci interessa molto meno delle sue conseguenze. C’è un istruttore, in una scuola di vela in un circolo affiliato alla FIV, che pur essendo definito dal Procuratore Generale della Federazione stessa, “bugiardo, autore di condotte moralmente riprovevoli e del tutto privo di senso di proibità sportiva” è libero di continuare a intrattenere bambini che si avvicinano alla vela. Ieri, oggi e domani. Che sia legale lo abbiamo appurato. Appurato con un senso di profondo disagio. Siamo lieti di non essere avvocati, lasciamo a loro l’ardire, di fronte ad un indagato che mente, di dover concludere di doverlo prosciogliere. Non è evidente che debbano essere urgentemente cambiate le norme? Non solo, dobbiamo anche domandarci quanto tutto questo sia opportuno. Per la Fraglia della Vela di Riva del Garda evidentemente si, lo è. Per la Federazione Italiana Vela che lo tollera senza intrervenire, anche. Il suo presidente Francesco Ettorre ha, sulla vicenda, da tempo scelto un pavido silenzio. In verità sopraggiunto dopo uno sgangherato e, nei fatti, del tutto inutile tentativo di mediare la situazione. Evidentemente questa è ancora la sua linea, visto che il documento è datato 28 marzo scorso e, da allora, non ci risultano interventi di alcun tipo. Implicitamente Ettorre ammette, ed è molto grave, il proprio difetto di giurisdizione nei confronti del club trentino che, del resto, ha sistematicamente ignorato la sua mediazione, sino a quando c’è stata. La Fraglia fa quello che crede, anche quando il suo comportamento, come in questo caso, è da molti, oltre i confini della sua provincia, ritenuto dannoso per l’immagine della vela nazionale nel suo complesso. Il suo presidente, Giancarlo Mirandola, artefice della difesa ad ogni costo del proprio istruttore, responsabile almeno al 50% di tutto quanto accaduto, è stato recentemente persino rieletto per un nuovo mandato alla guida del Circolo. Un segnale forte di continuità. La Fraglia tira dritto. Del resto, con questa presidenza FIV se lo può permettere. E’ impossibile non ricordare che la Fraglia della Vela, con il patrocinio della FIV, con la sponsorizzazione di Kinder + Sport, organizza la più importante regata di Optimist al mondo. E’ opportuno che continui a farlo visto che nella sua struttura, al vertice del settore giovanile c’è un allenatore con le caratteristiche certificate di Santiago Lopez? Più in generale, la visione della vela giovanile della Fraglia è compatibile con quella della FIV? Lo chiediamo al presidente “dimezzato”, Francesco Ettorre. Signor presidente, sono queste le scuole di vela alle quali dobbiamo iscrivere i nostri figli? Signor Presidente, lei manderebbe suo figlio a scuola vela da Santiago Lopez?

 

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Sono passati alcuni giorni da quando la laserista sedicenne Giorgia Cingolani ha manifestato il proprio disagio alle regate nazionali di Napoli. “Tornare a terra e trovare i ragazzi della Fraglia pronti a prendermi in giro, senza ritegno, davanti a tutti è stato triste. Molto triste“. Queste le sue parole, come riportato su Gazzetta.it, le potete rileggere qui. Qualuno ha dato seguito a quelle parole? Secondo quanto ci è stato possibile ricostruire solo in parte. Il presidente federale Ettorre ha chiesto spiegazioni all’allenatore di Giorgia che, non essendo presente al momento dell’ “incidente” ha suggerito di rivolgersi direttamente a lei, alla ragazza. Questo contatto però non c’è stato, nonostante che il presidente, modificando il proprio programma originale, abbia deciso di andare proprio a Napoli, dove ha presenziato alla premiazione. Nonostante che tra i premiati ci fosse anche Giorgia, presidente e atleta non hanno incrociato gli occhi. Il presidente sostiene di essere stato fortemente scoraggiato ad avvicinarsi dalla madre della ragazza, Barbara della Valle, nota a tutta la comunità velica per la sua incessante attività sui social media. La signora della Valle nega di essersi opposta a tale incontro e pare impossibile venirne fuori. Doveva salutare per prima Giorgia per mostrare rispetto, se non alla persona, all’istituzione che Ettorre rappresenta, oppure doveva salutare prima il presidente per mostrare la sensibilità dovuta ad una minore che denuncia un disagio? Mentre scegliete la risposta che meglio si adatta alla vostra, di sensibilità, sappiate che il presidente sostiene adesso che incontrerà Giorgia alla sua prossima regata Laser, tra due settimane. Troppo tardi? Giorgia Cingolani ha già subito l’onta di essere stata considerata una “teste non credibile” dal sistema della giustiza federale. Credete che un adolescente sia così interessato alla sottile differenza che passa tra “bugiardo” e “teste non credibile“? La risposta sta nel come i ragazzini della Fraglia si sono rivolti a Giorgia, chiamandola “spia“. Già, questi sono i raffinati signorini e signorini che escono dalla scuola di vela della Fraglia della Vela di Riva del Garda, dove, sentenze federali alla mano, ai meno svegli si dice amabilmente che “sono lenti come la merda che esce del culo“. Allora perchè stupirsi? La Fraglia Vela di Riva è ormai una entità completamente indipendente dalla Federazione Italiana Vela. Quest’ultima sembra aver abdicato dall’idea di riportarla alla ragione. In un mondo normale se una 16enne denuncia un atto di bullismo come quello subito da Giorgia, si fermano i giochi, si accerta immediatamente la verità e si prendono dei provvedimenti. Nessuna giustificazione può interferire con l’accertamento della verità. Invece qui vince il silenzio. Ma non contate sul nostro. E visto che non lo ha fatto nessuno, intanto: scusa Giorgia.

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Le motivazioni del doppio proscioglimento della Fraglia Vela di Riva e del suo allenatore Santiago Lopez (vedi il post precedente qui per il testo completo) sono destinate ad aprire un profondo dibattito nella vela italiana. Quella nel suo complesso da un lato, quella del club trentino dall’altro. Già, sembra proprio questa la voragine che si apre. I due proscioglimenti seguono evidentemente strade indipendenti. E da tali li affrontiamo.

Proscioglimento Fraglia Riva. Secondo la Corte Federale di Appellole problematiche relative alla regolazione interna della vita dell’affiliato esulano dall’ambito di competenza federale“. La tesi è interessante. Peccato che questo articolo 4, comma 7 dello Statuto FIV, indicato dalla Corte non sia stato tenuto in considerazione né dal Procuratore Federale in fase di indagine, né dal Tribunale Federale ai fini della prima sentenza. Ora che la Corte Federale di Appello smentisca le due principali entità che gestiscono la Giustizia Federale forse è affascinante per chi vuol vederci un segno di estrema autonomia tra gli organi. In effetti, guardando meglio, è solo un segno di estrema confusione. Ed è impossibile restire alla tentatazione, in queste circostanze, di vederlo come un pretesto. Specie in un contesto storico nel quale la FIV si è appena dotata di un Codice Etico che è vero che è stato introdotto successivamente ai fatti in questione, ma avrebbe quanto meno potuto indurre i Giudici della Corte a non togliersi lo “sfizio” di contraddire Procuratore e Tribunale Federale su un argomento sensibile come questo che gravita intorno al problema del bullismo.

Proscioglimento Santiago Lopez. Il Tribunale Federale di appello ha sancito che la velista Giorgia Cingolani non è credibile. Giudicate voi. Questo è il verbale della sua deposizione:

La Corte Federale di Appello si è presa la straordinaria responsabilità di ritenere che questa deposizione non avesse alcuna conseguenza disciplinare. Del resto che Giorgia Cingolani fosse in qualche modo nel mirino dell’autorità sportiva emerge chiaramente anche da questo altro documento, che riguarda una intervista che la stessa velista aveva rilasciato a Gazzetta.it. L’intervista ha per contenuto sostanzialmente gli stessi avvenimenti della deposizione. La potete rivedere qui

Quello che appare incredibile, in questa richiesta di archiviazione, è la considerazione finale. Giorgia viene dipinta come influenzata “dalla capacità pesuasiva del giornalista” (sic!) ma, considerando la sua vittoria nel campionato mondiale Laser di categoria, si propone l’archiviazione. Che sia possibile collegare il risultato sportivo alla decisione di procedere o meno nei confronti di un potenziale illecito disciplinare è davvero sorprendente. Che razza di modello educativo ha in mente il Procuratore Federale Giancarlo Sabbadini per la vela italiana? Quello che ne esce qui, ovvero: “chi va forte, può dire le bugie” fa venire i brividi. Stesse brividi avvertibili nelle acrobazie verbali dei documenti riportati. Squarciamo questa ipocrisia. Se Giorgia Cingolani, sprovveduta 16enne dipinta in balia della madre, non dice la verità, vuol dire che è una bugiarda. Eppure Giorgia cita fatti precisi, circostanze dove è testimone diretta. Una bugiarda che vince una regata, per quanto importante, merita indulgenza? E meritano indulgenza quei “gentiluomini” della squadra velica della Fraglia che hanno accolto ieri a Napoli, a margine della nazionale Laser, Giorgia con sfottò e prese in giro? Noi crediamo di no.

 

 

 

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Ecco le incredibili motivazioni della sentenza con la quala la Corte Federale di Appello ha assolto la Fraglia Vela di Riva. Che ne pensate?

 

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La Corte Federale di Appello della Federazione Italiana Vela ha emesso ieri il proprio verdetto in merito alla vicenda che ha visto protagonista la Fraglia Vela di Riva del Garda, un suo allenatore e alcuni minori, vicenda della quale tanto ci siamo occupati in passato.Eccolo:

Ricordiamo che la Corte Federale di Appello interveniva su richiesta sia del Procuratore Federale, tanto dell’avvocato della Fraglia, entrambi insoddisfatti della prima sentenza sulla vicenda. Il primo specificatamente del proscioglimento dell’istruttore Santiago Lopez. Il secondo della deplorazione scritta inflitta al club trentino. La decisione di ieri respinge l’istanza del Procuratore Federale e accoglie invece quella dell’avvocato del circolo. Aspettiamo le motivazioni per una migliore comprensione della sentenza che lascia il mondo velico sconcertato. Dimostrando prima di tutto che la FIV sia nel caos. Difficile, se non impossibile, rintracciare una anche minima coerenza tra la decisione di dotarsi di un avanzatissimo codice etico che richiama tutti i tesserati ad alti ideali, quando poi viene respinta una istanza del Procuratore Federale che proprio a questi si richiamava. Lo spettacolo offerto è desolante. Il presidente Ettorre sino ad oggi nella vicenda si è coperto di ridicolo insieme al vice presidente del CONI e responsabile della vela giovanile Alessandra Sensini. Mascherandosi vigliaccamente dietro il susseguirsi delle varie sentenze hanno omesso di prendere posizione. E avrebbe dovuto avere l’elementare dovere di farlo, visto che c’è in ballo l’intera credibilità del sistema anche se qualcuno continua a minimizzare scambiando il tutto per una specie di isteria da social network. Come un politico, anzi due, dello scorso secolo, Ettorre e Sensini si sono limitati ad aspettare che il clamore sulla vicenda scemasse non rendendosi conto che così facendo non solo disintegravano la loro credibilità di manager (il che in fondo è un problema solo della loro sconfinata vanità), ma anche, cosa assai più grave, l’intero movimento. Eppure, da politici che si riempiono la bocca di ideali, Ettorre e Sensini hanno il dovere di dirci tra un club arrogante, un allenatore che sbraita volgarità e una ragazzina che subisce, da che parte stanno. In attesa delle motivazioni della sentenza.

 

 


 

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Le regate internazionali di Genova del febbraio del 1925, rappresentano un momento cruciale nella storia della vela moderna. Sono quelle dell’invenzione del Genoa Jib. Nonostante sia passato oltre un lustro, siamo di fatto al riavvio dell’attività velica dopo la prima guerra mondiale. Nella regata, organizzata dal Regio Yacht Club Italiano viene messa in palio la Coppa Italia, all’epoca il più importante trofeo velico italiano, se la disputano due 8 Metri SI: nel ruolo di sfidante il francese Aile IV e il difensore Cheta con Francesco Giovanelli al timone. Il challenger è una vera propria celebrità, Aile IV appartiene a madame Virginie Heriot, (nella foto) che vincerà sempre negli 8 Metri SI, la medaglia d’oro tre anni dopo, nel 1928, all’Olimpiade di Amsterdam. Virginie (il suo nome completo era Virginie Claire Désirée Marie) all’epoca aveva 35 anni. Ricchissima, indipendente, capricciosa. Pazza per la vela. Una donna armatrice era una unicità straordinaria allora e in parte anche adesso. A quei tempi bastava eccome per catalizzare l’attenzione del pubblico. Di quelle regate di quasi un secolo fa restano le brillanti cronache divertite del cronista del quotidiano di Genova, oggi come allora il Secolo XIX. Quella apparsa sul giornale del 7 febbraio 1925 è passata alla storia perchè contiene il primissimo accenno ad una novità vista in mare per la prima volta definito “fiocco pallone“. La cronaca della regata è straordinariamente particolareggiata. Come assai raramente capita di vedere sui giornali di oggi. Nel 1925 invece la curiosità dei lettori genovesi era tale da scendere nel dettaglio, “bordata dopo bordata“, “strambamento dopo strambamento” (testuali), onda dopo onda, raffica dopo raffica. Vien da pensare che in un secolo scarso qualcosa si sia perso nella percezione della vela da parte del grande pubblico. Quello di Genova, era probabilmente allora ancora più vicino allo sport della vela di quanto non lo sia oggi. Sui quotidiani degli ultimi decenni non si leggono cronache di regate tanto precise, evidentemente si ritenevano i lettori di allora in grado di apprezzarle. Certo è che si  evinca ancora dalle copie sbiadite dal tempo del quotidiano il senso di quella regata. Aile IV era nettamente più veloce in tutte le condizioni, Cheta però era partita meglio. Poi, alla fine del  nono capoverso della prima colonna irrompe lui, il fiocco pallone:

 

 

Alla boa di ponente Cheta può ancora mantenere un vantaggio di 8 secondi su Aile IV. Ma appena virato sulla bolina Aile IV continua ad avvicinarsi facendo una ottima prua e dopo qualche bordata sorpassa l’avversario che alla boa di levante ha uno svantaggio di 11 secondi, dovuto anche al fatto che Cheta ha mantenuto per quasi tutto il lato di bolina il fiocco pallone“.

Il senso è: nonostante fosse generalmente più lento, Cheta di bolina riusciva a difendersi grazie alla novità sulla prua. Peraltro ancora priva di un nome. Il fiocco pallone nasceva infatti per le andature al lasco. Fu subito elaborato da un velaio e marinaio professionista genovese, Raimondo Panario e dal suo collaboratore Francesco Tagliafico. Dopo qualche prova, la nuova vela viene cucita nell’inverno del 1925. La primavera successiva, alle regate internazionali di Genova del febbraio 1926, dove sono arrivati equipaggi danesi, olandesi e inglesi oltre ai soliti francesi, Panario e Tagliafico presentano nel corredo di vele del 6 Metri SI Cora IV un grande fiocco piatto per la bolina, è il Genoa jib (fiocco) numero zero. Cora IV (nella foto sotto il titolo) domina le regate. Da quel momento nasce ufficialmente il Genoa Jib. Il suo successo è immediato. Di porto in porto. Di regata in regata. Nel 1936, alle olimpiadi di Kiel, il marchese Leone Reggio vince la medaglia d’oro con il suo 8 Metri SI Italia con un genoa jib cucito da un velaio inglese nel suo corredo. Un anno dopo il formidabile Ranger Jclass che trionfa nella coppa America a Newport è dotato a sua volta di un genoa jib. Il mondo era conquistato, in appena poco più di 10 anni da quell’articolo sul Secolo che aveva anticipato tutto. Giovanella, Panario, Laugeri e Tagliafico. Quattro marinai a cui è toccata la gloria inarrivabiledi portare la loro città in quasi tutte le regate del globo. Genova prima. E tutto il mondo dietro.

L’ aria di chi l’ha appena combinata grossa… Il leggendario equipaggio del 6 Metri Cora IV, vincitori della settimana internazionale di Genova del 1926 col primo Genoa Jib. Da sinistra Raimondo Panario, Edoardo Laugeri, Francesco Tagliafico

Alle Olimpiadi del 1936 la flotta degli 8 Metri in partenza mostra inequivocabilmente l’affermazione del Genoa Jib.

Italia, campione olimpico 8 Metri 1936. La prima olimpiade con il Genoa Jib porta la medaglia d’oro un equipaggio genovese. Italia (il cui equipaggio completo era composto da Leone Reggio -timoniere- Bruno Bianchi, Luigi De Manicor, Domenico Mordini, Enrico Massimo Poggi, Luigi Mino Poggi) vinse con questi piazzamenti: 2-5-6-1-3-3-2. All’ultima regata 4 equipaggi sono ancora in lizza per la medaglia d’oro. A 200 metri dal traguardo l’equipaggio tedesco conduce la prova decisiva e ha la vittoria in tasca. Una zona di bonaccia lo frena, Italia che segue lo aggira e conquista il successo.

 

Genoa Jib sul J Class Ranger durante la coppa America 1937.

 


 

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18 anni fa, giusto in questi giorni ad Auckland, in Nuova Zelanda, Luna Rossa batteva nella finale della Louis Vuitton cup AmericaOne di Paul Cayard. Un 5 a 4 memorabile non solo perchè per la prima volta nella storia della regata un timoniere non anglosassone conquistava il diritto di correre per la coppa America, ma anche per molto altro. Uno spettacolo indimenticabile, un agonismo acceso, una messa in scena dello sport della vela (in televisione) che non aveva precedenti. Una vetta di intensità non più raggiunta. Talmente elevata di costringerci ad un costante confrontro che ha il difetto di lasciarci costantemente insoddisfatti. Anche perchè Luna Rossa non è stata più capace di tornare tanto in alto. 18 anni dopo quello strepitoso debutto, tante avventure dopo, nessuna altrettanto brillante, il patrimonio di entusiasmo conquistato dal team voluto da Patrizio Bertelli è sostanzialmente intatto. Passare indenni attraverso le burrasche e le sconfitte è un privilegio di pochissimi, quasi nessuno nello sport è stato capace di fare altrettanto. In 18 anni l’amore spontaneo e smisurato nei confronti di Luna Rossa si è trasformato. Al debutto, Francesco De Angelis era il timoniere e lo skipper. Sempre in barca, ma nei pressi dell’albero, c’era allora Max Sirena, che oggi è lo skipper. Dal maneggiar le drizze a maneggiar contratti, attività tra le più significative per lo skipper moderno di coppa America, è una bella traversata che Max Mermaid il velista con ha per nome una leggenda del mare, ha sin qui condotto con mano sicura. Che venga dal basso, dalla sentina, piace a tutti. E ricordar ci è dolce.

Le tessere del mosaico che compone la faccia di Max Mermaid rappresentano momenti della storia della coppa America

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Il brillante secondo posto di Flavia Tartaglini nella classe RS:X salva la faccia della foltissima rappresentativa italiana a Miami, nella prova di World Cup. La squadra ufficiale prevedeva una flotta di ben 34 velisti, 6 allenatori, un fisioterapista, un team manager e il direttore tecnico per 7 classi su 10. Questa affollata spedizione ha partorito il criceto di un podio (RS:X W) e due presenze in medal race (ancora RS:X W  e 470 W). Ci sarebbe, anzi c’è, un’altra buona prestazione, quella di BressaniZorzi sul Nacra. Ma l’equipaggio era presente da indipendente, a proprie spese, orgogliosamente al di fuori di quello che per dimensioni può essere rappresentato come il carrozzone federale. A metà del quadriennio olimpico il modesto risultato del team ufficiale italiano in Florida suona come un pericoloso campanello di allarme che non può essere ignorato. I numeri sono inequivocabili.


La tabella mostra i due migliori risultati ottenuti dagli italiani a Miami. Se la definiamo, tutto sommato, una bella riga di merdesimi, si offende qualcuno? Nonostante le migliori intenzioni pare impossibile vedere il bicchiere mezzo pieno per un movimento che viene da due olimpiadi (2012, 2016) senza medaglie. A metà del cammino verso Tokio non ci sono certezze, solo speranze. Speranze che la Tartaglini regga, così come il Nacra, adesso che il gioco si fa più duro. Intanto registriamo la sproporzione tra l’investimento fatto per mandare 17 barche, 9 tavole e il relativo seguito dall’altra parte dell’oceano e i risultati ottenuti. Quale altra nazione aveva una squadra altrettanto folta? Qui la sproporzione è stridente. Le tre classi (Nacra, 49erFX e Finn) non presenti in Florida poi, mica erano ferme. Per loro il tassametro del pubblico finanziamento girava altrove. Numeri alla mano siamo una nazione di ultra retroguardia del medagliere olimpico velico. Però abbiamo i mezzi di una superpotenza. Spendiamo e spandiamo. Sono soldi pubblici, è troppo raccomandare sobrietà in attesa di tempi migliori? Probabilmente no. Solo l’Italia ricorre massicciamente ai Corpi Militari per la formazione delle proprie squadre. A Miami erano la stragrande maggioranza della nostra spedizione. E’ una peculiarità tutta nostra. Soldi pubblici in cambio di niente. Pardon, niente medaglie, ma decine e decine di stipendiati. Una seria riflessione sul rapporto costo/beneficio si impone. Ne riparliamo presto.

 

 

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E’ fissata per il prossimo 6 febbraio l’udienza della Corte Federale di appello. Udienza resa necessaria dal contemporaneo appello del Procuratore Federale e dell’avvocato della Fraglia Vela di Riva alla sentenza del Tribunale Federale resa nota nelle sue motivazioni lo scorso 11 dicembre. Le motivazioni della sentenza sono visibili qui Più specificatamente la Fraglia ricorre contro la deplorazione scritta che il Tribunale gli ha inflitto e il Procuratore nei confronti del proscioglimento di Santiago Lopez, istruttore della medesima Fraglia. Si tratta di due visioni opposte, su una sentenza che ha fatto molto discutere dato che delinea i comportamenti ammissibili in una scuola di vela. La nostra posizione è nota e facilmente rintracciabile nei numerosi articoli scritti sull’argomento. Rimaniamo alla finestra in attesa di questa nuova imminente puntata. Decisiva. Nel frattempo, come è noto, la FIV ha scelto, discutibilmente, di non commentare ufficialmente la sentenza ma, contestualmente, si è dotata di un Codice Etico che da quest’anno viene esteso automaticamente a tutti i tesserati (sinora veniva sottoscritto soltanto dai componenti delle squadre nazionali olimpiche). Nelle prossime ore il Codice verrà diffuso on line. La novità è un significativo passo in avanti su quali comportamenti la FIV si aspetta dai propri tesserati, un arma preziosa per sedare e dipanare assai meglio in futuro casi simili a quello in questione. Tuttavia, la pur encomiabile iniziativa del Consiglio Federale, è del tutto vana di fronte all’ostinatezza con la quale la Fraglia ha affrontato e affronta la vicenda. Non importa che la cattiva pubblicità derivata vada ben oltre i confini di Riva del Garda. Di tutto questo, alla locale Fraglia, resa semicieca dal suo provincialismo, sembra non importare niente a nessuno. Fatti loro? Non proprio. La Fraglia di Riva è libera di prendere a picconate la propria reputazione, ciò che le dovrebbe essere impedito è di estendere il danno all’intero movimento velico nazionale, cosa che invece sta accandendo da mesi.

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