Un caos chiamato Fraglia di Riva

Premessa indispensabile. Chi scrive è in conflitto d’interessi. Della Fraglia della Vela di Riva del Garda sono da qualche anno socio onorario. Un riconoscimento del tutto immeritato al quale proverò finalmente a dare un senso chiedendo le dimissioni del Presidente Giancarlo Mirandola e di tutto il Consiglio. Una richiesta in fondo blanda rispetto all’entità dei fatti che stanno travolgendo il club trentino, uno dei più famosi di tutta l’Italia velica. Una richiesta che ci auguriamo venga accolta questa sera nel corso della tradizionale assemblea dei soci. Quella che precede la regata di Optimist più numerosa al mondo che si svolge nella settimana di Pasqua. Optimist e Fraglia sono indissolubilmente legati. L’anello di congiunzione è Norberto Foletti, il segretario della classe famoso per affittare alla classe medesima un suo capannone, senza essere capace di vergognarsene neppure un po’. Foletti è stato per molti anni consigliere della Fraglia e non se ne è mai troppo allontanato. Quando lo ha fatto, un suo uomo di assoluta fiducia Marcello Meringolo è stato nominato direttore tecnico ed oggi ne è consulente. In molti giurano che la sua influenza sia ancora notevole tanto più che il presidente Mirandola, ex direttore di banca, è espressione dei proprietari di barca del circolo, che storicamente non hanno molto a che fare con la vela agonistica che invece ha reso il club famoso. Comprensibile che il presidente abbia ancora bisogno di lui. Ma perché Mirandola e il Consiglio dovrebbero dimettersi? Perché il 15 marzo scorso hanno ricevuto dal Procuratore Generale FIV Giancarlo Sabbadini notizia della chiusura delle indagini preliminari e dell’intendimento di deferimento del tesserato Santiago Lopez (allenatore del club, ndr) e del club medesimo. La Fraglia ha avuto 8 giorni di tempo per presentare una memoria oppure chiedere di essere ascoltata. Il 28 marzo a Roma, presso l’ufficio del Procuratore Generale si sono presentati il Presidente Mirandola, accompagnato da Lopez.  Da quel momento due opzioni una sanzione senza incolpazione o la nomina di un difensore per il deferimento a giudizio. Poi la palla passa al Tribunale Federale, presieduto dall’avvocato genovese Alessandro Ghibellini. Saranno loro ad emettere la sentenza, l’udienza è prevista per il prossimo 21 aprile e lo stesso giorno avremo la sentenza le cui motivazioni saranno disponibili entro 20 giorni. I meccanismi  legali ci interessano sino a un certo punto. Il fatto specifico che ha determinato tutto questo anche, tanto più che riguarda una minore. Quello che conta è che il comportamento dell’allenatore sia stato definito dal Procuratore Generale “gravemente imprudente e negligente”  oltre che capace di “procurare possibili danni materiali, fisici e morali agli allievi, danneggiando indirettamente l’immagine della Federazione, che tale attività autorizza“. In tutto questo viene riconosciuta una “responsabilità oggettiva” da parte della Fraglia della Vela di Riva, che porta il Procuratore Generale a mettere nero su bianco che “intende procedere al loro deferimento per aver commesso illecito disciplinare“. Non è una sentenza, certo. Ma è una valutazione oggettiva di una figura indipendente. Non dovrebbe essere più che abbastanza per convincere il Consiglio della Fraglia a fare un passo indietro almeno sino alla sentenza? Non è quello che ci si dovrebbe aspettare da una organizzazione seria che si occupa da anni del delicatissimo settore della vela agonistica per bambini? Non ci soffermiamo sulle modalità dell’incidente per la semplice ragione che, indagando a nostra volta su quanto accaduto, ci siamo imbattuti in un ambiente fortemente degradato. Dove quanto portato nero su bianco dal Procuratore Generale FIV deve essere considerato la punta di un iceberg. Abbiamo scoperto per esempio che un linguaggio triviale ed esiziale viene comunemente utilizzato dagli istruttori della classe Optimist a Riva in nome di un “machismo” incomprensibile e dannoso. Un bambino o una bambina sono impacciati in una manovra? Verranno elegantemente apostrofati con “sei lento come la merda che esce dal culo“. Un caso isolato di un cretino che si sente importante usando un linguaggio scurrile? No, la testimonianza incrociata di un gruppo di mamme scandalizzate sino agli occhi sbarrati. Si potrebbe andare avanti a lungo con numerosi altri esempi, ma a quale scopo? La volgarità non si misura con una bilancia o col metro, è piuttosto un principio che una volta infranto provoca solo oblio. La violenza verbale, parente stretta di quella fisica, è il presupposto osceno del bullismo, uno dei gravi deficit della nostra epoca. A terra la situazione non migliora per niente. Se i genitori affidano i loro figli più che largamente minorenni ad un club blasonato come quello in questione convinti di essere al sicuro, sappiate che il controllo è molto relativo. La promiscuità è all’ordine del giorno, con tanto di foto se non proprio hard, almeno completamente inopportune, scattate quando dovrebbero essere i dirigenti del club a vigilare, che girano di chat in chat con linguaggio inaccettabile. Esagerazioni? Chi scrive ha visto con i propri occhi chat paginate di chat tra ragazzini che bestemmiano o vantano prestazioni sessuali incrociate. Del tutto inconsapevoli non solo della gravità del loro linguaggio ma dei rischi ai quali vanno incontro. Millanterie adolescenziali? Chissà. Quello che è certo è che l’attività della classe Optimist sia completamente sfuggita di mano ai vertici del circolo. E non da ieri. L’attuale consiglio ha il dovere di fare un passo indietro per ridare un briciolo di dignità a un circolo del quale un po’ mi vergogno di essere socio onorario. Lo scrivo con grave imbarazzo perché apprendo questa mattina dai giornali locali che il presidente Mirandola intende querelarmi per la vignetta pubblicata ieri. Da socio onorario a querelato in un battibaleno. Sic transit gloria mundi. 🙂

Share This:

Cinico Sailing: Fraglia di Riva o Fraglia di vergogna?

 

Share This:

Cinico Sailing: ultimissime dalla coppa America (2)

Cinico Sailing

Share This:

Cinico Sailing: Ultimissime dalla coppa

Share This:

Cinico Sailing: ciaone Charlie Cross

Da ieri sera Charlie Cross (Aka Carlo Emilio Croce) non è più il presidente dello Yacht Club Italiano. Lo sostituisce l’ingegner Nico Reggio del quale avremo tempo e modo di parlare. Adesso la stella (cadente) è lui, Charlie. In 6 mesi da uomo più potente della vela al mondo, contemporaneamente presidente della FIV, di World Sailing  e appunto YCI a niente di niente. Un triplete memorabile che sarà ricordato nei libri. La vela si libera di un uomo spocchioso e contorto e di un dirigente incapace. Viva la vela.

Share This:

Cinico Sailing: il porto della capitale

Share This:

Il Gallo cedrone e i doveri di un militare

Il post Facebook di Marco Gallo

Quello che vedete qui sopra è lo sconcertante post apparso sul profilo Instagram di Marco Gallo, finanziere salernitano. Secondo classificato al campionato nazionale Laser appena concluso al Lido di Ostia. Perché sconcertante? Vediamo di ricostruire gli eventi per chi non ha avuto il fato di viverli in prima persona. Sabato la flotta è tornata a terra dopo due regate disputate (la sesta e la settima del programma). La classifica vedeva Giovanni Coccoluto in prima posizione con 2 punti di vantaggio su Francesco Marrai e 10 su Marco Gallo. Tutti e tre sono atleti delle Fiamme Gialle. Domenica poi il meteo ha impedito lo svolgimento dell’ottava prova. Dunque quella avrebbe dovuto essere la classifica finale. Invece sappiamo che la classifica che passa agli archivi vede Marrai campione italiano davanti a Gallo e Coccoluto. Che cosa è successo? E’ successo che al rientro in porto Coccoluto e Marrai si sono protestati a vicenda. Ma mentre la protesta del primo nei confronti del secondo è stata respinta, quella di Marrai è stata accolta. E la conseguente squalifica di Coccoluto ha cambiato la classifica finale e il nome del campione italiano. E’ davvero un peccato che il titolo nazionale della classe più importante d’Italia sia stato assegnato da una Giuria e non da l’esito delle regate in acqua. E’ apparso non solo insolito, ma persino inopportuno che i due protestanti appartenessero allo stesso corpo militare. Chi scrive ha espresso queste perplessità direttamente al loro responsabile tecnico delle Fiamme Gialle, Pierluigi Fornelli (nella foto sotto al centro con Marrai e Coccoluto). Il tutto ben oltre il tramonto, direttamente fuori la stanza dove la Giuria stava discutendo (e lo ha fatto a lungo) il caso. 

Non poteva Fornelli imporre ai due “litiganti” di stracciare le rispettive proteste in nome della sua autorità militare, visto che si trattava di due compagni di squadra? Certo, avrebbe potuto. Ma ha scelto di non farlo, la sua opinione, può non essere condivisa ma deve essere rispettata. “Qualunque sia l’esito delle proteste, il loro vantaggio in classifica è tale che comunque sul podio resterà un atleta delle Fiamme Gialle” ci ha detto Fornelli. Che così ha argomentato: “Diverso sarebbe se fossimo ad una regata internazionale, consideriamo questo un passaggio formativo. C’è agonismo, rivalità tra i due ragazzi e le proteste fanno parte delle regate. Impareranno qualcosa di importante anche qui”. Una visione più romantica dello sport ci fa pensare che avremmo preferito che lo stesso Fornelli (oppure i suoi superiori presenti alle regate) avesse optato per l’idea di cancellare d’autorità entrambe le proteste. Non è stato così ma non si può dire che la sua posizione non abbia una sua logica. Ne abbiamo quindi preso atto. Con un briciolo d’amarezza. Visto che la protesta che ha deciso poi il campionato era basata su la testimonianza di un terzo regatante obiettivamente un po’ distante per essere preso come decisivo nell’episodio che ha determinato l’assegnazione del titolo. E che anche la protesta presentata da Coccoluto aveva un testimone, guarda caso Gallo stesso, ancor più distante. Ma se per Fornelli e dunque per le Fiamme Gialle, il caso è stato indirizzato sul “via libera alle proteste tra compagni di squadra” ce ne siamo fatti una ragione. Non si può dire la stessa cosa per il terzo del team “Laser Fiamme Gialle”, Marco Gallo che scrive su Instagram che “non si sente di fare i complimenti a chi lo ha preceduto per il modo in cui ha conquistato il titolo”. Che è quello deciso dai suoi superiori. Da tempo ci lamentiamo pubblicamente del mal funzionamento dei Gruppi Sportivi Militari. Ci lamentiamo del fatto che troppo spesso chi ne fa parte sia ossessivamente concentrato sui propri diritti (ricevere lo stipendio) e molto poco sui propri doveri. Essere un militare è una cosa molto seria. Che questi ragazzi dimenticano troppo spesso. Marco Gallo non si sente di fare i complimenti a chi lo precede. Sostiene che non meglio identificati “addetti stampa” scrivano “minchiate”? Marco Gallo (a destra) non può permettersi il lusso di parlare o scrivere come se si trovasse al bar. Ha il dovere di complimentarsi con il vincitore in tutti i casi. Se poi come in questo, si tratta di un suo compagno di squadra deve esserne più che felice. Ai Gruppi Sportivi Militari la collettività demanda anche il compito di formare degli uomini. Con Gallo la missione pare lungi dall’essere compiuta. La domanda è: si merita di restare nelle Fiamme Gialle un signore che dimostra di non avere idea delle responsabilità che questo comporta?

Share This:

Barche agricole

Saranno anche, anzi lo sono, straordinarie macchine da velocità. Manovrare però è un’altra cosa.

BAR hit dockYouTube play

Share This:

Cinico Sailing: il bifuoriclasse

Share This:

Testa o Croce?

Quella che vedete qui accanto è la foto di Charlie Cross (aka Carlo Croce) che è arrivata ieri sera nelle redazioni di tutti i giornali. Accompagnava uno sconcertante comunicato stampa di Immagina, la società di comunicazione che cura le pubbliche relazioni dello Yacht Club Italiano. Tra le cui socie figura Umberta Croce, nipote del presidente uscente del club medesimo. Un caso di nepotismo sul quale del resto ci siamo già intrattenuti. Abbiamo definito il comunicato sconcertante non per amor di polemica, semplicemente perché non è possibile usare un’altra parola. Come sapete si sono appena svolte le votazioni per il rinnovo delle cariche dello Yacht Club Italiano che ha eletto i 15 consiglieri che il prossimo 24 marzo, a loro volta, eleggeranno il nuovo presidente. Carlo Croce ha ottenuto, seppur di poco, il maggior numero dei voti.

Ma la sua rielezione è tutt’altro che certa. Anzi, analizzando i nomi dei componenti del Consiglio, ragionevolmente improbabile, dato che la maggioranza è orientata sul nome di Nico Reggio. Questa previsione deve essere risultata particolarmente indigesta a Charlie Cross che ha dato fiato alle trombe del suo ufficio stampa con un peana della sua attività e delle sue doti di dirigente. Un atto sconcertante, appunto, per una serie di motivi che proviamo ad elencare prima di entrare nel merito del comunicato. In questo momento tecnicamente Carlo Croce non è presidente dello Yacht Club Italiano. La carica è in sospeso sino al 24 marzo, quando ci saranno le elezioni. Usare l’ufficio stampa dello YC, sorvolando elegantemente che si tratta di sua nipote e che dovrebbe fare gli interessi di tutti (Nico Reggio incluso), per magnificare le sue doti è un gesto di rara volgarità. E forse anche di più, materia per i probiviri del circolo medesimo. Un gesto di volgarità da un signore che ha impostato tutta la sua vita personale di dirigente all’understatement, al tenersi lontano da ogni enfasi e polemica?

Verremo forse un giorno a sapere che si è trattato di un comunicato a sua insaputa? No, non c’è niente da ridere. Semmai da piangere scorrendo il comunicato che comincia così: “Esprime grande soddisfazione il Presidente dello Yacht Club Italiano, Carlo Croce, al termine dell’incontro di questo pomeriggio con il neo Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, Paolo Emilio Signorini.” Dunque il presidente che in realtà non è presidente intende prendersi un merito che non ha. Questo (prosegue il comunicato): “Il nuovo “BluePrint”, infatti, non prevede più il tombamento del Porticciolo, ma il mantenimento dello specchio acqueo che da oltre un secolo è sede di antichi e gloriosi club sportivi ed è punto di riferimento per centinaia di genovesi amanti degli sport remieri e nautici nonché fucina di tanti campioni olimpici italiani. «Le azioni di opposizione al tombamento esercitate in questi anni dallo Yacht Club Italiano e dagli altri Circoli nautici hanno finalmente portato all’esito sperato e perseguito – ha detto Carlo Croce – Sono contento che siamo riusciti a convincere il Presidente Signorini e l’architetto Piano che chiudere il Porticciolo sarebbe stato un grosso errore. Errore che avrebbe causato la perdita d’identità delle associazioni a tutto svantaggio dei loro soci tutti e degli atleti». Che faccia tosta. Tutti sanno a Genova, e allo Yacht Club Italiano meglio che in ogni altro luogo, che Charlie Cross ha fatto poco o niente (più niente che poco) nella gestione del “problema”. Anzi, il suo atteggiamento passivo è proprio forse la ragione principale dell’insoddisfazione dei soci. Sfociata nella votazione che promette di scalzarlo dalla presidenza. La votazione, appunto. Il comunicato stampa della nipote prosegue così. “Si tratta quindi di un importante risultato raggiunto dal Presidente Croce che ha avuto il suo riconoscimento anche all’interno dello Yacht Club. Infatti, per la sesta volta consecutiva, egli ha ottenuto il più alto numero di voti (248) tra i candidati alle elezioni per il Consiglio direttivo. In seno al quale viene nominato il Presidente.” Non ci sono bugie in questa affermazione, da un punto di vista formale almeno. Se però questa realtà viene meglio interpretata ci si accorge che nel 2001, anno della sua seconda elezione Croce aveva preso il 90% di preferenze dei votanti. 16 anni e 5 elezioni dopo le preferenze hanno appena superato il 50% dei votanti. Charlie Cross aka Carlo CroceUna caduta verticale che spiega meglio di ogni parola il perché la parabola dell’avventura di Charlie Cross sia alla fase finale. Insomma, sostenere, sic et simpliciter, che Croce per la sesta volta sia stato il candidato alla presidenza più votato consente di non fare peccato (cioè di non mentire). Ma omette un pezzo determinante di verità. Perduto ogni pudore il comunicato chiude parlando di palanche, cioè di vil denaro. Troviamo scritto: “Inoltre, durante l’ultima gestione, lo Yacht Club Italiano ha raggiunto la solidità finanziaria con bilanci fortemente positivi. I cui margini potranno essere reinvestiti nelle attività sociali e sportive in calendario nel prossimo quadriennio.” Insomma, grazie a Croce lo YCI ha fatto la grana. Perché, se arriva Nico Reggio, saranno debiti per tutti? C’era una volta Carlo Croce, un uomo elegante. Ci sono tanti molti modi di uscire di scena. E Charlie Cross negli ultimi mesi ha avuto modo di allenarsi a tal scopo. Uscito senza rimpianti di alcuno dalla presidenza FIV per limiti di mandato. Recordman di World Sailing, primo presidente non rieletto dopo il primo mandato nella storia dell’organizzazione. Croce non si rassegna alla prospettiva di lasciare anche la poltrona dello YCI. Sino al coprirsi di ridicolo con il comunicato stampa più inopportuno nella storia della vela italiana. La preghiamo mister Cross, la preghiamo in ginocchio. Ci dica che è stato scritto a sua insaputa. Almeno ci faremo una risata. Così viene solo da piangere osservando mesti gli ultimi bagliori del crepuscolo di ex dirigente. Pardon, ex dirigente elegante.

 

Share This:

Scarso come un velista italiano, dannoso come un Optimist

Viziato, indolente, coccolato, esigente, attaccatissimo al vil denaro. Ma soprattutto: perdente. Comunque la pensiate a proposito dei velisti italiani, in particolare quelli delle derive monotipo e delle classi olimpiche dovete convenire su un punto inequivocabile: alle olimpiadi fanno ridere. Non vi piace il tono sarcastico? Eccovi accontentati, tanto la sostanza non cambia: sono dei perdenti. Lo sono stati sino ad oggi i maschietti dato che l’ultimo campione olimpico italiano Agostino Straulino ha vinto il suo alloro un’era geologica fa, nel 1952 e, dettaglio niente affatto secondario, se nascesse oggi non sarebbe croato. Cioè figlio di una nazione che attualmente con l’Italia neppure confina. Per le donne la situazione è leggermente migliore, grazie a quella che potremo definire una anomalia, visto che non ha fatto scuola. Alessandra Sensini, ultimo oro della vela italiana olimpica (Sydney 2000) da sola ha un bottino di medaglia (oltre all’oro, due di bronzo e una di argento) che vale quasi un terzo delle medaglie complessivamente vinte dagli italiani in tutte le edizioni dei Giochi (14).

Quale è il problema? Perché l’Italia non esprime campioni della vela? Come è possibile che nazioni che non hanno neppure accesso al mare (l’Austria per esempio) ci precedano nel medagliere olimpico? Come è possibile che nazioni come Norvegia, Danimarca, Svezia e Germania dove si naviga a latitudini dove la vela è praticamente impossibile per molti mesi all’anno abbiano vinto complessivamente  molte più medaglie di noi? Come spiegarsi infine che nazioni del tutto simili alla nostra come Francia o Spagna abbiano un medagliere infinitamente più ricco del nostro? Rinfreschiamoci la memoria con le statistiche olimpiche complete aggiornate. 
ORO ARGENTO BRONZO TOTALE
GRAN BRETAGNA 28 19 11 58
USA 19 23 18 60
NORVEGIA 17 11 3 31
SPAGNA 13 5 1 19
FRANCIA 12 9 14 35
DANIMARCA 12 9 9 30
AUSTRALIA 11 8 8 27
SVEZIA 10 12 13 35
NUOVA ZELANDA 9 7 6 22
OLANDA 7 8 7 22
BRASILE 7 3 8 18
URSS 4 5 3 12
GERMANIA 3 4 4 11
AUSTRIA 3 4 1 8
ITALIA 3 3 8 14

Tutto questo, logica alla mano, si può spiegare in un solo modo: i nostri velisti sono più scarsi dei loro colleghi, più somari insomma. Alle ultime olimpiadi di Rio siamo tornati a casa senza medaglie. La stessa cosa era successo 4 anni prima a Londra e 4 anni prima ancora, in Cina, ci era voluta la solita “anomala” Sensini e un ragazzo argentino naturalizzato per lo scopo, Diego Romero, (a sinistra al suo rientro a terra in Cina da medaglia di bronzo) per non tornare a mani vuote. Non è il momento di una seria autocritica che coinvolga le radici del problema? Qualcuno vuole finalmente ammettere che la radice del problema della vela italiana si chiama Optimist? A molti, quasi a tutti, questa affermazione, questo indice puntato sulla classe dei più piccoli, suonerà impropria, clamorosamente falsa addirittura. La percezione che si ha dall’esterno della classe Optimist in Italia è il contrario di un fallimento. Cioè un rigoglioso successo: molti titoli, regate con partecipazioni straordinarie, spesso da record. Il punto, anzi il problema, è che ci si dimentica che la classe Optimist dovrebbe essere propedeutica alla vela olimpica, dovrebbe cioè formare i velisti che una volta cresciuti diventano equipaggi olimpici. Se ci dimentichiamo di questo, se pensiamo ad una classe Optimist fine a se stessa, o al massimo, come di fatto accade in Italia, ad una fabbrica di equipaggi di 420 che non ha uguali in Europa e nel mondo, allora sì, la classe italiana Optimist è un clamoroso successo.

Se invece del dito che la indica però guardiamo alla luna, dobbiamo verificare per esempio il solo velista nella squadra olimpica di Rio de Janeiro con il tricolore, con trascorsi significativi in termini di risultati nella classe Optimist fosse Ruggero Tita, peraltro selezionato all’ultimo secondo e autore, come tutti gli altri, di una prova non memorabile. Tita e basta. Tutto qui il contributo della formidabile corazzata della classe Optimist italiana alla vela olimpica nel quadriennio appena trascorso. Che a guardar bene tanto formidabile non deve essere. Non per ragioni casuali, non per un destino cinico e baro, ma per precise motivazioni tecniche. Esploriamone un paio. La prima è che in Optmist si va, incredibilmente, fino a 15 anni, che sono troppi. Perché? Perché per vincere in Optimist non bisogna essere troppo alti (rispetto alla media di 15enni ovviamente). Chi a quell’età, e sono la maggioranza, è già “troppo” alto, a primeggiare tra gli optimisti non riuscirà mai. Senza risultati, sarà bollato come un perdente o quanto meno un non predestinato alla vela e finirà per abbandonare. Perché senza risultati tanto la famiglia quanto il circolo di appartenenza non saranno invogliati ad insistere. Peccato però che la vela olimpica attuale sia fatta, con l’eccezione dei ruoli di timoniere per il 470 (tanto maschile quanto femminile), per spilungoni. In altre parole: tutte le classi olimpiche attuali sono disegnate in modo tale che un velista “lungo e sottile” sia naturalmente più a non solo più a suo agio a bordo, ma risulti più efficiente, che poi è quello che conta. E la questione non è opinabile. Ci sono ovviamente eccezioni, ma nella stragrande maggioranza dei casi è così. Perché la classe italiana Optimist non abbassa di un anno il limite massimo per partecipare alle regate in modo di dare maggiori chances anche a coloro destinati ad altezze superiori? Tecnicamente non potrebbe unilateralmente, è una decisione che dipende dalla classe internazionale. Però potrebbe favorire il processo. Non lo fa. O comunque non abbastanza. Diciamo la verità, anzi, una ovvietà: un 15enne, più maturo di un 14enne, ha maggiori possibilità di vincere tanto in campo nazionale, quanto in quello internazionale. Un caso evidente, anzi eclatante, dove la classe antepone i propri interessi, le proprie medaglie, all’interesse generale della vela nazionale. Così quando leggiamo che i nostri ragazzi vincono in campo internazionale, forse dovremmo renderci conto che si tratta di una buona, ottima notizia, principalmente per la classe, non per la vela italiana in generale. O al massimo per la classe 420.

Sapete che quella italiana è la flotta 420 più forte al mondo? In altri Paesi si privilegiano 29er o FX. Da noi no, per come è strutturata la classe Optimist attualmente, il passaggio naturale successivo è il 420, dove spesso vinciamo titoli importanti senza riuscire a produrre però velisti memorabili in chiave olimpica. Un’altra ragione tecnica della debolezza delle squadre olimpiche nazionali risiede nel fatto che lo straordinario successo della classe italiana Optimist, dovuto soprattutto, come vedremo tra poco, all’abilità del suo segretario, Norberto Foletti, di fatto non lascia spazio a classi alternative. Open Bic (a destra) e Topper, per dirne due di alternative, hanno un appeal nettamente superiore allo sgraziato Optimist, sono più belle, più tecniche, dipendono assai meno dal peso (e quindi anche dalla lunghezza di chi li conduce), ma in Italia, al contrario di quello che succede nel resto del mondo faticano moltissimo, schiacciati come sono dalla trionfale affermazione dell’Optimist. Un’affermazione, come visto, per lo più fine e se stessa. Le rispettive associazioni di classe (di Open Bic e Topper) non sono all’altezza? Forse. Ragione di più per aiutarle, cosa che spetterebbe alla FIV.

Sapevate che per mettere in piedi una regata Optimist in Italia un circolo deve affiliarsi alla classe? Ufficialmente, per quanto appaia bizzarro, per essere certi che siano rispettati determinati criteri organizzativi, in realtà questo sistema ha consentito negli anni e consente adesso al segretario Foletti di stringere ottimi e decisivi rapporti con i presidenti dei circoli. I presidenti dei circoli sono quelli che votano presidente e consiglieri federali. Organizzare una regata di Optimist, con i numeri della classe in Italia, è un affare, spesso un ottimo affare. Un indotto a molti zeri, che fa gola a tutti. La Fraglia Vela di Riva (Garda trentino e club di Foletti) è grazie all’Optimist il circolo con il miglior bilancio d’Italia, per dirne una. Tutto bene? Si, sempre se leggiamo questa storia con la visuale ridotta di una singola classe. No, se lo scopo ultimo è quello di migliorare la qualità della vela olimpica italiana. La verità è che questo virtuosissimo, sempre e solo per la classe, meccanismo ha reso Foletti l’uomo più potente della vela italiana. Talmente sopra ogni giudizio da permettersi il discutibilissimo sfizio di affittare un capannone di proprietà alla classe. Tutto in regola, per carità. Apparentemente persino un affare, in termini economici,  per l’associazione medesima. Vogliamo dire che è almeno (parecchio) inopportuno? Un segno, l’ennesimo, di onnipotenza: nessun presidente federale, ne tanto meno i consiglieri, ha il coraggio di mettere dei paletti alla sua organizzazione, perché la rete di relazioni del segretario della classe, di fatto è in grado di spostare molti voti. Decisivi per ogni votazione da anni. Foletti in FIV non contratta per strappare condizioni favorevoli, oppure mezzi per la sua classe, chiede e ottiene. Lui può. E’ del tutto evidente che la classe Optimist italiana non sia funzionale alla vela nostrana olimpica, che, risultati alla mano, avrebbe un gran bisogno di aiuto. E’ molto triste verificare che delle semplici questioni politiche non consentono nessun tipo di riforma. Ma è molto triste soprattutto per quei dirigenti. Teniamoci allora una classe Optimist fortissima e una compagine olimpica sgangheratissima. Ce la meritiamo.

Share This:

Ettorre è in grado di risolvere la grana Laser?

Charlie Cross

Il terribile pasticcio che riguarda la classe Laser è ben lontano purtroppo dall’essere risolto. In queste settimane è difficile trovare degli aggiornamenti sull’argomento. La FIV si appresta a scegliere il nuovo ufficio stampa e chi ambisce a sedersi a tavola per lo divisione della torta si guarda bene dal pubblicare qualcosa che potrebbe anche solo lontanamente risultare sgradito alle alte cariche federali. Eppure di fatti nuovi ce ne sarebbero da raccontare. La posizione del presidente Francesco Ettorre è nota e annunciata da tempo: mettere allo stesso tavolo Assolaser (la vecchia associazione) con la AICL (acronimo della nuova associazione). E’ una posizione che apparirebbe inconciliabile con la delibera del Consiglio Federale che ha disconosciuto Assolaser nell’ormai lontano dicembre 2015. Dopo quella delibera sono successe molte cose due sopra di tutte: ILCA (acronimo dell’associazione mondiale della classe) e Assolaser l’hanno ignorata, con conseguenze devastanti per i velisti italiani della classe in primo luogo. Buon senso, logica e persino un briciolo di orgoglio nazionale dovrebbero indurre la FIV ha prendere una posizione forte nei confronti di ILCA che di fatto si pone al di sopra di essa, decidendo arbitrariamente e con somma arroganza chi la rappresenta in Italia, compito questo, istituzionalmente nelle mani della FIV. Ma questa affermazione di elementare principio si è stemperata nel tempo.  Se un anno fa la voce del presidente federale coincideva con quello del presidente di World Sailing, oggi, con Carlo Croce (aka Charlie Cross) uscito dall’incarico nazione per raggiunti limiti di mandato e buttato fuori (è impossibile trovare una immagine meno cruda di fronte al primo presidente non rieletto dopo il primo mandato nella storia della Federvela mondiale) da World Sailing il potere della vela italiana in campo internazionale è molto significativamente ridimensionato. Insomma, Charlie Cross, se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto “spiegare” a ILCA la decisione della FIV con la possibilità di tenere il punto grazie al suo ruolo di presidente WS. Non lo ha fatto, danneggiando la vela italiana e questo rimarrà per sempre nella sua biografia di dirigente fallito. A noi, anzi, più precisamente al suo successore in Italia, Francesco Ettorre, restano le macerie con le quali fare i conti. Ettorre, indicato nel quadriennio precedente come uno dei più critici nei confronti della scellerata gestione Assolaser, non ha perso tempo. Già a Barcellona, nello scorso autunno, in occasione della Conferenza World Sailing ha affrontato la questione con i vertici ILCA. E ha capito una volta per tutto che ILCA non intende modificare la propria posizione di un millimetro. Per ILCA esiste un solo referente in Italia e questo si chiama Assolaser, ieri, oggi, domani e dopodomani. Per ILCA è importante il principio, più delle persone. Che vuol dire? Dalla sua fondazione Assolaser è stata guidata da due persone, Macrino Macrì e Donatella Mariani, uniti anche nella vita. Con un potente (ma proprio potente) eufemismo potremmo dire che Assolaser non si è distinta nella sua storia per la democraticità delle sue norme interne e per la trasparenza della sua gestione. Una gestione colpevolmente tollerata dalla FIV sino a quando si è resa indispensabile l’espulsione. Oggi ILCA apparentemente è disposta a sacrificare le persone, cioè non difende più, la del resto indifendibile coppia Macrì/Mariani ma, più o meno dice alla FIV: fate quello che volete all’interno di Assolaser, portate pure, se credete, AICL dentro Assolaser, non ci riguarda, l’unica cosa che conta è che il nostro interlocutore italiano continui a chiamarsi Assolaser. E’ proprio questa la “patata bollente” attualmente in mano al presidente Ettorre, essere il regista della cosiddetta “fusione” tra Assolaser e AICL, o meglio, dello svuotamento di Assolaser. Capita talvolta nella vita che si parta incendiari e si finisca pompieri e questo sembra proprio il caso di Francesco Ettorre. Dall’esterno, per chi vive la vela per passione e senza pretese dirigenziali, continua ad apparire inverosimile e inaccettabile che una associazione di classe internazionale possa imporre la propria visione ad una autorità nazionale. La FIV ha deciso che Assolaser, con mille buoni motivi e una delibera unanime del proprio consiglio, non rappresenta più i laseristi italiani? ILCA ne prende atto, punto. Si rifiuta di farlo? Se la FIV cede su questo punto ne va di mezzo non solo la propria autorità o credibilità, ma anche il senso stesso della propria esistenza. Il debosciato (come dirigente) Charlie Cross ha ingoiato il rospo? I suoi tragici errori non possono ricadere su tutta la vela italiana ed essere presi ad esempio dei suoi successori. Al di là delle buone intenzioni, Francesco Ettorre, è alle prese con una significativa prova di principio che potrebbe portare anche all’interruzione dell’attività internazionale della classe italiana. Un prezzo assurdo da pagare? Non proprio se in ballo c’è, appunto, il senso dell’esistenza stessa della FIV.  Se l’ipotesi di fusione tra Assolaser e AICL ci appare dunque come un bizantinismo ad uso e consumo di ILCA c’è anche chi la vede in modo ben diverso. Tale fusione, delibera della FIV di disconoscimento di Assolaser alla mano, potrebbe avvenire soltanto nel momento nel quale tutti i dirigenti di Assolaser (ossia, in buona sostanza, la coppia MacrìMariani) escono di scena e viene indetta una libera e democratica elezione al suo interno. Come già scritto ILCA, avrebbe fatto capire da tempo di non aver niente in contrario. O forse ci piace semplicemente pensarlo, perché nel frattempo lo stesso Macrì rimane il vice presidente di EURILCA, come suggerisce il nome, la branca continentale di ILCA. Sembra incredibile che tutto ruoti intorno ad un nome solo, che da due anni decine, centinaia di laseristi siano costretti al doppio tesseramento per fare quello che più li piace: regatare in Laser. Eppure è così. Macrì, stuprando il senso del volontariato sportivo, è la persona che prima ha gestito per decenni con metodi quanto meno dubbi la più importante (per numero di iscritti) classe velica italiana mentre la FIV faceva finta di non vedere. Ed è sempre Macrì che ha portato Assolaser al deragliamento, ossia sino al disconoscimento federale. Se per ILCA e/o EURILCA questo non è un problema, dovremo capire molto di come tali organizzazioni internazionali vengono gestite. E il particolare, da solo, dovrebbe essere sufficiente a farci comprendere l’assoluto non senso per la FIV di assecondare tali organizzazioni. Il punto oggi sembra essere: al di là delle intenzioni pubblicamente manifestate, Ettorre ha la forza di imporre le ragioni italiane a ILCA? La risposta è no. Passare attraverso la cosiddetta “fusione” tra Assolaser e AICL porterà alla soluzione del problema? Il prezzo da pagare sembra altissimo. Assolaser aveva impugnato la delibera federale che la disconosceva. Tre gradi di giudizio della giustizia sportiva le avevano dato torto. Attraverso quale equilibrismo o stato mortale legale ora la FIV vuole passare per rimangiarsi tutto e dire che aveva scherzato, che la giustizia sportiva italiana conta, ma mica quanto ILCA? C’è poi il caso Macrì. Costui in questi giorni è attivo più che mai. Scrive lettere in quantità. Che mostrano una idea sul come vada a finire che sembra chilometri lontana da quello che tutti si aspettano (cioè che si faccia da parte e non si faccia più vedere).
Un esempio? Ecco quanto scrive Macrì a un tesserato Assolaser: “Come hai visto è in corso un tavolo di trattative tra Assolaser e FIV che dovrebbe portare in breve ad una risoluzione, a quel punto l’unica tessera richiesta resterebbe quella Assolaser“.  A che punto sono le trattative? Macrì ha la risposta pronta per i suoi interlocutori: “L’accordo è di fatto già definito e concluso in quanto tutte le richieste a suo tempo esposte da FIV ad Assolaser nel 2014 sono state accolte. Deve ancora essere formalizzato da FIV, perchè per Assolaser non c’è altro da aggiungere”. Per Macrino Macrì dunque esiste già un accordo tra FIV e Assolaser, deve solo essere formalizzato. Ed usa un tono che tutto sembra meno quello di un dirigente ai titoli di coda, prossimo a farsi da parte per lasciar spazio ad altri. Lo stesso Macrì non spiega quale sorte toccherebbe ad AICL che opera in Italia su regolare mandato FIV. Si presume che verrà sciolta, con un bel marameo a chi ha pagato i soldi per la tessera. Siamo alla fantascienza. E anche alla risposta della domanda del titolo. No, Francesco Ettorre al momento non sembra in grado di risolvere la grana Laser. Ce lo ha fatto credere. Ma non è così.

Share This: