Viziato, indolente, coccolato, esigente, attaccatissimo al vil denaro. Ma soprattutto: perdente. Comunque la pensiate a proposito dei velisti italiani, in particolare quelli delle derive monotipo e delle classi olimpiche dovete convenire su un punto inequivocabile: alle olimpiadi fanno ridere. Non vi piace il tono sarcastico? Eccovi accontentati, tanto la sostanza non cambia: sono dei perdenti. Lo sono stati sino ad oggi i maschietti dato che l’ultimo campione olimpico italiano Agostino Straulino ha vinto il suo alloro un’era geologica fa, nel 1952 e, dettaglio niente affatto secondario, se nascesse oggi non sarebbe croato. Cioè figlio di una nazione che attualmente con l’Italia neppure confina. Per le donne la situazione è leggermente migliore, grazie a quella che potremo definire una anomalia, visto che non ha fatto scuola. Alessandra Sensini, ultimo oro della vela italiana olimpica (Sydney 2000) da sola ha un bottino di medaglia (oltre all’oro, due di bronzo e una di argento) che vale quasi un terzo delle medaglie complessivamente vinte dagli italiani in tutte le edizioni dei Giochi (14).

Quale è il problema? Perché l’Italia non esprime campioni della vela? Come è possibile che nazioni che non hanno neppure accesso al mare (l’Austria per esempio) ci precedano nel medagliere olimpico? Come è possibile che nazioni come Norvegia, Danimarca, Svezia e Germania dove si naviga a latitudini dove la vela è praticamente impossibile per molti mesi all’anno abbiano vinto complessivamente  molte più medaglie di noi? Come spiegarsi infine che nazioni del tutto simili alla nostra come Francia o Spagna abbiano un medagliere infinitamente più ricco del nostro? Rinfreschiamoci la memoria con le statistiche olimpiche complete aggiornate. 
ORO ARGENTO BRONZO TOTALE
GRAN BRETAGNA 28 19 11 58
USA 19 23 18 60
NORVEGIA 17 11 3 31
SPAGNA 13 5 1 19
FRANCIA 12 9 14 35
DANIMARCA 12 9 9 30
AUSTRALIA 11 8 8 27
SVEZIA 10 12 13 35
NUOVA ZELANDA 9 7 6 22
OLANDA 7 8 7 22
BRASILE 7 3 8 18
URSS 4 5 3 12
GERMANIA 3 4 4 11
AUSTRIA 3 4 1 8
ITALIA 3 3 8 14

Tutto questo, logica alla mano, si può spiegare in un solo modo: i nostri velisti sono più scarsi dei loro colleghi, più somari insomma. Alle ultime olimpiadi di Rio siamo tornati a casa senza medaglie. La stessa cosa era successo 4 anni prima a Londra e 4 anni prima ancora, in Cina, ci era voluta la solita “anomala” Sensini e un ragazzo argentino naturalizzato per lo scopo, Diego Romero, (a sinistra al suo rientro a terra in Cina da medaglia di bronzo) per non tornare a mani vuote. Non è il momento di una seria autocritica che coinvolga le radici del problema? Qualcuno vuole finalmente ammettere che la radice del problema della vela italiana si chiama Optimist? A molti, quasi a tutti, questa affermazione, questo indice puntato sulla classe dei più piccoli, suonerà impropria, clamorosamente falsa addirittura. La percezione che si ha dall’esterno della classe Optimist in Italia è il contrario di un fallimento. Cioè un rigoglioso successo: molti titoli, regate con partecipazioni straordinarie, spesso da record. Il punto, anzi il problema, è che ci si dimentica che la classe Optimist dovrebbe essere propedeutica alla vela olimpica, dovrebbe cioè formare i velisti che una volta cresciuti diventano equipaggi olimpici. Se ci dimentichiamo di questo, se pensiamo ad una classe Optimist fine a se stessa, o al massimo, come di fatto accade in Italia, ad una fabbrica di equipaggi di 420 che non ha uguali in Europa e nel mondo, allora sì, la classe italiana Optimist è un clamoroso successo.

Se invece del dito che la indica però guardiamo alla luna, dobbiamo verificare per esempio il solo velista nella squadra olimpica di Rio de Janeiro con il tricolore, con trascorsi significativi in termini di risultati nella classe Optimist fosse Ruggero Tita, peraltro selezionato all’ultimo secondo e autore, come tutti gli altri, di una prova non memorabile. Tita e basta. Tutto qui il contributo della formidabile corazzata della classe Optimist italiana alla vela olimpica nel quadriennio appena trascorso. Che a guardar bene tanto formidabile non deve essere. Non per ragioni casuali, non per un destino cinico e baro, ma per precise motivazioni tecniche. Esploriamone un paio. La prima è che in Optmist si va, incredibilmente, fino a 15 anni, che sono troppi. Perché? Perché per vincere in Optimist non bisogna essere troppo alti (rispetto alla media di 15enni ovviamente). Chi a quell’età, e sono la maggioranza, è già “troppo” alto, a primeggiare tra gli optimisti non riuscirà mai. Senza risultati, sarà bollato come un perdente o quanto meno un non predestinato alla vela e finirà per abbandonare. Perché senza risultati tanto la famiglia quanto il circolo di appartenenza non saranno invogliati ad insistere. Peccato però che la vela olimpica attuale sia fatta, con l’eccezione dei ruoli di timoniere per il 470 (tanto maschile quanto femminile), per spilungoni. In altre parole: tutte le classi olimpiche attuali sono disegnate in modo tale che un velista “lungo e sottile” sia naturalmente più a non solo più a suo agio a bordo, ma risulti più efficiente, che poi è quello che conta. E la questione non è opinabile. Ci sono ovviamente eccezioni, ma nella stragrande maggioranza dei casi è così. Perché la classe italiana Optimist non abbassa di un anno il limite massimo per partecipare alle regate in modo di dare maggiori chances anche a coloro destinati ad altezze superiori? Tecnicamente non potrebbe unilateralmente, è una decisione che dipende dalla classe internazionale. Però potrebbe favorire il processo. Non lo fa. O comunque non abbastanza. Diciamo la verità, anzi, una ovvietà: un 15enne, più maturo di un 14enne, ha maggiori possibilità di vincere tanto in campo nazionale, quanto in quello internazionale. Un caso evidente, anzi eclatante, dove la classe antepone i propri interessi, le proprie medaglie, all’interesse generale della vela nazionale. Così quando leggiamo che i nostri ragazzi vincono in campo internazionale, forse dovremmo renderci conto che si tratta di una buona, ottima notizia, principalmente per la classe, non per la vela italiana in generale. O al massimo per la classe 420.

Sapete che quella italiana è la flotta 420 più forte al mondo? In altri Paesi si privilegiano 29er o FX. Da noi no, per come è strutturata la classe Optimist attualmente, il passaggio naturale successivo è il 420, dove spesso vinciamo titoli importanti senza riuscire a produrre però velisti memorabili in chiave olimpica. Un’altra ragione tecnica della debolezza delle squadre olimpiche nazionali risiede nel fatto che lo straordinario successo della classe italiana Optimist, dovuto soprattutto, come vedremo tra poco, all’abilità del suo segretario, Norberto Foletti, di fatto non lascia spazio a classi alternative. Open Bic (a destra) e Topper, per dirne due di alternative, hanno un appeal nettamente superiore allo sgraziato Optimist, sono più belle, più tecniche, dipendono assai meno dal peso (e quindi anche dalla lunghezza di chi li conduce), ma in Italia, al contrario di quello che succede nel resto del mondo faticano moltissimo, schiacciati come sono dalla trionfale affermazione dell’Optimist. Un’affermazione, come visto, per lo più fine e se stessa. Le rispettive associazioni di classe (di Open Bic e Topper) non sono all’altezza? Forse. Ragione di più per aiutarle, cosa che spetterebbe alla FIV.

Sapevate che per mettere in piedi una regata Optimist in Italia un circolo deve affiliarsi alla classe? Ufficialmente, per quanto appaia bizzarro, per essere certi che siano rispettati determinati criteri organizzativi, in realtà questo sistema ha consentito negli anni e consente adesso al segretario Foletti di stringere ottimi e decisivi rapporti con i presidenti dei circoli. I presidenti dei circoli sono quelli che votano presidente e consiglieri federali. Organizzare una regata di Optimist, con i numeri della classe in Italia, è un affare, spesso un ottimo affare. Un indotto a molti zeri, che fa gola a tutti. La Fraglia Vela di Riva (Garda trentino e club di Foletti) è grazie all’Optimist il circolo con il miglior bilancio d’Italia, per dirne una. Tutto bene? Si, sempre se leggiamo questa storia con la visuale ridotta di una singola classe. No, se lo scopo ultimo è quello di migliorare la qualità della vela olimpica italiana. La verità è che questo virtuosissimo, sempre e solo per la classe, meccanismo ha reso Foletti l’uomo più potente della vela italiana. Talmente sopra ogni giudizio da permettersi il discutibilissimo sfizio di affittare un capannone di proprietà alla classe. Tutto in regola, per carità. Apparentemente persino un affare, in termini economici,  per l’associazione medesima. Vogliamo dire che è almeno (parecchio) inopportuno? Un segno, l’ennesimo, di onnipotenza: nessun presidente federale, ne tanto meno i consiglieri, ha il coraggio di mettere dei paletti alla sua organizzazione, perché la rete di relazioni del segretario della classe, di fatto è in grado di spostare molti voti. Decisivi per ogni votazione da anni. Foletti in FIV non contratta per strappare condizioni favorevoli, oppure mezzi per la sua classe, chiede e ottiene. Lui può. E’ del tutto evidente che la classe Optimist italiana non sia funzionale alla vela nostrana olimpica, che, risultati alla mano, avrebbe un gran bisogno di aiuto. E’ molto triste verificare che delle semplici questioni politiche non consentono nessun tipo di riforma. Ma è molto triste soprattutto per quei dirigenti. Teniamoci allora una classe Optimist fortissima e una compagine olimpica sgangheratissima. Ce la meritiamo.

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