18 anni fa, giusto in questi giorni ad Auckland, in Nuova Zelanda, Luna Rossa batteva nella finale della Louis Vuitton cup AmericaOne di Paul Cayard. Un 5 a 4 memorabile non solo perchè per la prima volta nella storia della regata un timoniere non anglosassone conquistava il diritto di correre per la coppa America, ma anche per molto altro. Uno spettacolo indimenticabile, un agonismo acceso, una messa in scena dello sport della vela (in televisione) che non aveva precedenti. Una vetta di intensità non più raggiunta. Talmente elevata di costringerci ad un costante confrontro che ha il difetto di lasciarci costantemente insoddisfatti. Anche perchè Luna Rossa non è stata più capace di tornare tanto in alto. 18 anni dopo quello strepitoso debutto, tante avventure dopo, nessuna altrettanto brillante, il patrimonio di entusiasmo conquistato dal team voluto da Patrizio Bertelli è sostanzialmente intatto. Passare indenni attraverso le burrasche e le sconfitte è un privilegio di pochissimi, quasi nessuno nello sport è stato capace di fare altrettanto. In 18 anni l’amore spontaneo e smisurato nei confronti di Luna Rossa si è trasformato. Al debutto, Francesco De Angelis era il timoniere e lo skipper. Sempre in barca, ma nei pressi dell’albero, c’era allora Max Sirena, che oggi è lo skipper. Dal maneggiar le drizze a maneggiar contratti, attività tra le più significative per lo skipper moderno di coppa America, è una bella traversata che Max Mermaid il velista con ha per nome una leggenda del mare, ha sin qui condotto con mano sicura. Che venga dal basso, dalla sentina, piace a tutti. E ricordar ci è dolce.

Le tessere del mosaico che compone la faccia di Max Mermaid rappresentano momenti della storia della coppa America

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Il brillante secondo posto di Flavia Tartaglini nella classe RS:X salva la faccia della foltissima rappresentativa italiana a Miami, nella prova di World Cup. La squadra ufficiale prevedeva una flotta di ben 34 velisti, 6 allenatori, un fisioterapista, un team manager e il direttore tecnico per 7 classi su 10. Questa affollata spedizione ha partorito il criceto di un podio (RS:X W) e due presenze in medal race (ancora RS:X W  e 470 W). Ci sarebbe, anzi c’è, un’altra buona prestazione, quella di BressaniZorzi sul Nacra. Ma l’equipaggio era presente da indipendente, a proprie spese, orgogliosamente al di fuori di quello che per dimensioni può essere rappresentato come il carrozzone federale. A metà del quadriennio olimpico il modesto risultato del team ufficiale italiano in Florida suona come un pericoloso campanello di allarme che non può essere ignorato. I numeri sono inequivocabili.


La tabella mostra i due migliori risultati ottenuti dagli italiani a Miami. Se la definiamo, tutto sommato, una bella riga di merdesimi, si offende qualcuno? Nonostante le migliori intenzioni pare impossibile vedere il bicchiere mezzo pieno per un movimento che viene da due olimpiadi (2012, 2016) senza medaglie. A metà del cammino verso Tokio non ci sono certezze, solo speranze. Speranze che la Tartaglini regga, così come il Nacra, adesso che il gioco si fa più duro. Intanto registriamo la sproporzione tra l’investimento fatto per mandare 17 barche, 9 tavole e il relativo seguito dall’altra parte dell’oceano e i risultati ottenuti. Quale altra nazione aveva una squadra altrettanto folta? Qui la sproporzione è stridente. Le tre classi (Nacra, 49erFX e Finn) non presenti in Florida poi, mica erano ferme. Per loro il tassametro del pubblico finanziamento girava altrove. Numeri alla mano siamo una nazione di ultra retroguardia del medagliere olimpico velico. Però abbiamo i mezzi di una superpotenza. Spendiamo e spandiamo. Sono soldi pubblici, è troppo raccomandare sobrietà in attesa di tempi migliori? Probabilmente no. Solo l’Italia ricorre massicciamente ai Corpi Militari per la formazione delle proprie squadre. A Miami erano la stragrande maggioranza della nostra spedizione. E’ una peculiarità tutta nostra. Soldi pubblici in cambio di niente. Pardon, niente medaglie, ma decine e decine di stipendiati. Una seria riflessione sul rapporto costo/beneficio si impone. Ne riparliamo presto.

 

 

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E’ fissata per il prossimo 6 febbraio l’udienza della Corte Federale di appello. Udienza resa necessaria dal contemporaneo appello del Procuratore Federale e dell’avvocato della Fraglia Vela di Riva alla sentenza del Tribunale Federale resa nota nelle sue motivazioni lo scorso 11 dicembre. Le motivazioni della sentenza sono visibili qui Più specificatamente la Fraglia ricorre contro la deplorazione scritta che il Tribunale gli ha inflitto e il Procuratore nei confronti del proscioglimento di Santiago Lopez, istruttore della medesima Fraglia. Si tratta di due visioni opposte, su una sentenza che ha fatto molto discutere dato che delinea i comportamenti ammissibili in una scuola di vela. La nostra posizione è nota e facilmente rintracciabile nei numerosi articoli scritti sull’argomento. Rimaniamo alla finestra in attesa di questa nuova imminente puntata. Decisiva. Nel frattempo, come è noto, la FIV ha scelto, discutibilmente, di non commentare ufficialmente la sentenza ma, contestualmente, si è dotata di un Codice Etico che da quest’anno viene esteso automaticamente a tutti i tesserati (sinora veniva sottoscritto soltanto dai componenti delle squadre nazionali olimpiche). Nelle prossime ore il Codice verrà diffuso on line. La novità è un significativo passo in avanti su quali comportamenti la FIV si aspetta dai propri tesserati, un arma preziosa per sedare e dipanare assai meglio in futuro casi simili a quello in questione. Tuttavia, la pur encomiabile iniziativa del Consiglio Federale, è del tutto vana di fronte all’ostinatezza con la quale la Fraglia ha affrontato e affronta la vicenda. Non importa che la cattiva pubblicità derivata vada ben oltre i confini di Riva del Garda. Di tutto questo, alla locale Fraglia, resa semicieca dal suo provincialismo, sembra non importare niente a nessuno. Fatti loro? Non proprio. La Fraglia di Riva è libera di prendere a picconate la propria reputazione, ciò che le dovrebbe essere impedito è di estendere il danno all’intero movimento velico nazionale, cosa che invece sta accandendo da mesi.

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Il presidente FIV Francesco Ettorre è un uomo dinamico. Macina chilometri da un capo all’altro dell’Italia senza risparmiarsi. Per questo non ci ha sorpreso, nei giorni scorsi, vederlo prendere la parola nel corso dell’Assemblea Straordinaria della classe Optimist tenuta a Napoli in concomitanza con una importante regata. Ci pareva una importante occasione perfetta per chiarire la posizione della FIV in merito alle linee guida da tenere nelle scuole di vela, dopo che una sentenza del Tribunale Federale che ha assolto un istruttore dai modi come minimo rudi. Il Presidente ha ritenuto non fosse il caso di intervenire e così rimaniamo in attesa. L’ argomento, quello dei doveri/diritti degli allenatori dei giovanissimi è troppo importante per far finta di nulla e continueremo a sollecitare il Presidente su questo punto cruciale. Mandereste vostro figlio in una scuola di vela dove gli allenatori si comportano molto duramente e si usa un linguaggio triviale? Lei, Presidente, lo farebbe? La sua presenza a Napoli, silente sull’argomento, serve solo a rafforzare l’attuale gestione della classe Optimist. E, visto che non ha una preparazione tecnico agonistica (nel mondo velico si è occupato di tutt’altro) Presidente, si è accorto che risolto il problema della classe Laser, resta quello dell’Optimist, il problema centrale della vela italiana? Si chiama autoreferenzialità. La classe Optimist italiana produce campioncini che assai raramente o mai approdano, rimanendo in testa alla flotta, nelle classi olimpiche. Siccome il problema drammatico della vela italiana è che non produce medaglie olimpiche, si tratta di scegliere. Meglio lasciare le cose come stanno ed essere incapaci di conquistare medaglie olimpiche o avere il coraggio di intervenire alla radice del problema? E’ il quesito tecnico fondamentale che Ettorre si è trovato sul tavolo lasciatogli in eredità dal predecessore Charlie Cross. Per affrontarlo servivano e servono spalle molte larghe. Ettorre ha dimostrato di averle domando la questione Laser. Giocava fuori casa, un po’ alla sbaraglio. Qui, con gli Optimist, è ben diverso. Ci sono equilibri più delicati. La lunghissima permanenza del cavaliere Norberto Foletti al vertice della classe Optimist italiana ricorda molto quella di Macrino Macrì con Assolaser. Foletti è stato a lungo dirigente della Fraglia Vela di Riva. Ma non ha mosso un dito per salvare la reputazione del suo circolo travolto dalle accuse di bullismo al suo allenatore. Avrà avuto le sue buone ragioni. Che non coincidono con quelle della vela italiana. E quando ci siede troppo a lungo sulla stessa poltrona si finisce per far confusione tra se stessi e ciò che si rappresenta, fraintendendo alla radice il senso del volontariato sportivo. Il signor Foletti va ringraziato e accompagnato alla porta. Per la semplice ragione che la classe Optimist italiana in questi anni ha ingrassato a dismisura se stessa, ma ha fallito miseramente nella sua missione di fornire qualità alla vela olimpica italiana. Non siamo nel campo delle opinioni. Sono le medaglie olimpiche che misurano la bontà di un movimento velico. Il nostro è uno degli ultimi in campo mondiale. Un dirigente coscienzioso dovrebbe prendere il toro per le corna. Non farsi vedere ad un’assemblea contribuendo a diffondere il messaggio che tutto va bene. Non è così.

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