Burling come Spithill, Coutts, Conner, Bertrand e Ted Turner

“Pensate a Emund Hillary. Il neozelandese primo uomo sulla vetta dell’Everest. Il suo primo commento allora fu memorabile nella sua asciuttezza: “we’have knocked the bastard off“. Per capire Peter Burling dovete pensare ad un kiwi di quel tipo. Un tipo semplice, tutta sostanza”. La dritta per avvicinarsi all’essenza del velista del momento è di qualità: PJ Montgomery, la voce della vela neozelandese in tv negli anni dei primi trionfi. Black Magic taglia il traguardo nella regata decisiva della coppa America del 1995 e lui urla al microfono: It’s now New Zealand Cup. Cinque anni dopo stesso urlo, cambiando di poco le parole: It’s still New Zealand Cup. E adesso? Adesso è il momento di Peter Burling. E dei suoi 26 anni. Il suo nome non sfigura dinanzi a quelli che lo hanno preceduto. Nel quadriennio 2012-2016 Peter Burling ha vinto 4 titoli mondiali 49er andando a vincere l’oro olimpico, irraggiungibile entrando in medal race. nel 2015 ha anche trovato il tempo per vincere il mondiale Moth. Una strabiliante marcia trionfale che culmina con la vittoria in coppa America con Emirates Team New Zealand. Il più giovane, a 15 anni, vincitore di un mondiale classe 420, il più giovane, undici anni dopo a vincere la coppa America. Un predestinato. “Per noi nel team -racconta Max Sirena– è semplicemente Mister Detail, signor dettaglio”. “La sua capacità di fare squadra è forse la sua migliore qualità -continua l’ex skipper di Luna Rossa– ha un approccio originale ad ogni particolare, pensa sempre che si possa migliorare qualcosa. Non si accontenta mai”. In barca e a terra è muro con pochi spiragli. Alla conferenza dopo la sola vittoria di Oracle in finale gli scappa: “Lo abbiamo fatto per farli scaldare”. E il giorno dopo, in acqua, aggancia il rivale Spithill da sottovento e sembra proprio salutarlo con la manina: “see you at the finish line…” La domanda adesso è: scopertosi indispensabile, Mister Detail, vorrà dire la sua sulla prossima coppa America? E se si, quale sarà la sua visione?

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Pronti per la coppa America?

Mancano appena poco più di 5 settimane al via della Louis Vuitton Cup. Il preambolo della coppa America.

Da qualche giorno all’isola di Bermuda è arrivato, buon ultimo, anche ETNZ che comincerà a fare uscite regolari verso la fine della settimana. E’ il momento di sintonizzarsi di nuovo con quella che resta la regata più importante al mondo. Nonostante i giganteschi sforzi del defender di demolirla. A mano a mano che la data di inizio si avvicina e arrivano le prime fotografie e report indipendenti aumenta lo sconcerto per la scelta del luogo. Il passaggio da San Francisco a Bermuda è ben più di un quintuplo salto mortale all’indietro. Dalla città più glamour dello stato più glamour al mondo si è finiti in un’isola minuscola.Avete riflettuto sulle sue dimensioni? Bermuda è 53,3 km quadrati. Cioè ben meno di un quarto della superficie dell’isola d’Elba (224 kmq) e appena di più dell’Asinara (50,9 km). Se non avete familiarità con l’Atlantico, dove Bermuda si trova, probabilmente ne avete di più con la Sardegna, a nord ovest della quale l’Asinara si trova. Provate allora ad immaginare che razza di impatto potrebbe avere una regata come la coppa America, con tutto quello che si trascina dietro all’Asinara. Quello che colpisce prima di tutto è certo l’incoerenza. Ci era stato detto che la grande città (San Francisco) era perfettamente funzionale alle ambizioni della grande regata. A che cosa è funzionale la scelta di Bermuda/Asinara?

Non è che molte delle scelte che ci vengono vendute come frutto di brain storming di menti eccelse siano in effetti frutto del caso, se non dell’improvvisazione? Lo stesso dubbio ci assale nella scelta del mezzo. I mitici catamarani volanti. Non passa settimana che non arrivi notizia di qualcosa di estremo. La caduta di un uomo a mare era considerato qualcosa di talmente insolito da dedicarci un titolo su un quotidiano. Anche in Italia. Avvenne così in occasione del campionato mondiale 12 Metri di Fremantle del 1986, preludio alla coppa America dell’anno successivo. 12 Metri in Australia Il prodiere di un 12 Metri italiano cadde in acqua e l’evento era registrato come clamoroso dai media. Perché cadere in acqua era inammissibile a quel livello in regata. Oggi quel paragone fa sorridere. Le velocità rispetto ai pachidermici e pesantissimi 12 Metri sono letteralmente quintuplicate. E i marinai cadono in acqua come birilli. Talmente spesso che viene il sospetto che ci siano altrettanti casi non documentati. Il vecchio assunto secondo il quale una barca deve attraversare la linea di arrivo con lo stesso numero di persone d’equipaggio con le quali è partito (nato per scoraggiare la tentazione di liberarsi di peso “inutile” nelle regate con vento debole), oggi viene rivalutato in modo alternativo. Dovremmo chiederci: sono in grado i moderni coppa America di tagliare la linea del traguardo con lo stesso numero di membri d’equipaggio con i quali sono partiti? Sembra una domanda paradossale, in realtà cova sotto la cenere, e presto dovremo farci i conti.

Sono tre i superlativi assoluti con i quali dobbiamo misurarci pensando ai catamarani della moderna coppa America: fragilissimi, velocissimi, pericolosissimi. Esiste ormai una casistica sufficientemente ampia per darli tutti e tre per consolidati. L’idea sotto la quale sono nati in realtà era diversa. Dovevano essere velocissimi, questo si. Ma che si siano rivelati anche fragilissimi e pericolosissimi, sono due conseguenze accessorie che sembrano essere scappate di mano. Per la verità avrebbero dovuto, sempre secondo l’idea originale, anche economici (economicissimi nessuno ha mai avuto la spudoratezza di sostenerlo). Ma anche questo obiettivo è stato fallito. In nome della velocità pura e assoluta è stato sacrificato tutto. Persino il match racing, che della regata era uno dei simboli. A 40 nodi di velocità il match race è impensabile. La regata si risolverà a favore del primo che riesce a “volare“, ad accelerare. Il campo di regata a BermudaPerché puoi anche essere dalla parte leggermente favorevole del campo di regata, ma se navighi a 20 nodi e il tuo avversario a 40, bastano pochi secondi per coprire distanze enormi, quindi chi se ne frega.  Il che spiegherebbe anche il perché i kiwi sono arrivati buon ultimi a Bermuda, appena poche settimane prima del via delle regate. E’ un altro cambiamento storico. Negli ultimi 30 anni abbiamo assistiti a grandi investimenti sul problema tattico. Sono stati scritti libri sull’idea di quella prima chiamata di bordo. Destra o sinistra, che influenzava la regata sino a determinarne, quasi sempre, l’esito. Tutto questo, insieme a quasi tutto il resto, non c’è più. Qualcosa di nuovo c’è però. Nuovo e beffardo. Si chiama tartaruga. Uno degli animali più lenti che ci sia. Le tartarughe sono popolarissime a Bermuda e qualcuno lo aveva decisamente sottovalutato. L’impatto tra una di loro e un cat coppa America ha certo conseguenze tragiche per le prime, ma niente affatto secondarie per i secondi. Con il limite di due coppie di appendici in dotazione per imbarcazione, questo può diventare un problema serio, serissimo. Lo dimostra l’unico impatto sinora documentato tra tartaruga e cat, che ha visto protagonisti i giapponesi. Questi ne sono usciti con timone e scafo seriamente danneggiati e l’impossibilità di navigare per alcuni giorni. Che uno dei simboli universali della lentezza possa influenzare lo show interamente devoto alla velocità è certamente un paradosso. Forse una vendetta celeste. Non resta che mettersi comodi e godersi lo spettacolo.

Tartaruga delle Bermuda
Tartarughe a Bermuda

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