Le regate internazionali di Genova del febbraio del 1925, rappresentano un momento cruciale nella storia della vela moderna. Sono quelle dell’invenzione del Genoa Jib. Nonostante sia passato oltre un lustro, siamo di fatto al riavvio dell’attività velica dopo la prima guerra mondiale. Nella regata, organizzata dal Regio Yacht Club Italiano viene messa in palio la Coppa Italia, all’epoca il più importante trofeo velico italiano, se la disputano due 8 Metri SI: nel ruolo di sfidante il francese Aile IV e il difensore Cheta con Francesco Giovanelli al timone. Il challenger è una vera propria celebrità, Aile IV appartiene a madame Virginie Heriot, (nella foto) che vincerà sempre negli 8 Metri SI, la medaglia d’oro tre anni dopo, nel 1928, all’Olimpiade di Amsterdam. Virginie (il suo nome completo era Virginie Claire Désirée Marie) all’epoca aveva 35 anni. Ricchissima, indipendente, capricciosa. Pazza per la vela. Una donna armatrice era una unicità straordinaria allora e in parte anche adesso. A quei tempi bastava eccome per catalizzare l’attenzione del pubblico. Di quelle regate di quasi un secolo fa restano le brillanti cronache divertite del cronista del quotidiano di Genova, oggi come allora il Secolo XIX. Quella apparsa sul giornale del 7 febbraio 1925 è passata alla storia perchè contiene il primissimo accenno ad una novità vista in mare per la prima volta definito “fiocco pallone“. La cronaca della regata è straordinariamente particolareggiata. Come assai raramente capita di vedere sui giornali di oggi. Nel 1925 invece la curiosità dei lettori genovesi era tale da scendere nel dettaglio, “bordata dopo bordata“, “strambamento dopo strambamento” (testuali), onda dopo onda, raffica dopo raffica. Vien da pensare che in un secolo scarso qualcosa si sia perso nella percezione della vela da parte del grande pubblico. Quello di Genova, era probabilmente allora ancora più vicino allo sport della vela di quanto non lo sia oggi. Sui quotidiani degli ultimi decenni non si leggono cronache di regate tanto precise, evidentemente si ritenevano i lettori di allora in grado di apprezzarle. Certo è che si  evinca ancora dalle copie sbiadite dal tempo del quotidiano il senso di quella regata. Aile IV era nettamente più veloce in tutte le condizioni, Cheta però era partita meglio. Poi, alla fine del  nono capoverso della prima colonna irrompe lui, il fiocco pallone:

 

 

Alla boa di ponente Cheta può ancora mantenere un vantaggio di 8 secondi su Aile IV. Ma appena virato sulla bolina Aile IV continua ad avvicinarsi facendo una ottima prua e dopo qualche bordata sorpassa l’avversario che alla boa di levante ha uno svantaggio di 11 secondi, dovuto anche al fatto che Cheta ha mantenuto per quasi tutto il lato di bolina il fiocco pallone“.

Il senso è: nonostante fosse generalmente più lento, Cheta di bolina riusciva a difendersi grazie alla novità sulla prua. Peraltro ancora priva di un nome. Il fiocco pallone nasceva infatti per le andature al lasco. Fu subito elaborato da un velaio e marinaio professionista genovese, Raimondo Panario e dal suo collaboratore Francesco Tagliafico. Dopo qualche prova, la nuova vela viene cucita nell’inverno del 1925. La primavera successiva, alle regate internazionali di Genova del febbraio 1926, dove sono arrivati equipaggi danesi, olandesi e inglesi oltre ai soliti francesi, Panario e Tagliafico presentano nel corredo di vele del 6 Metri SI Cora IV un grande fiocco piatto per la bolina, è il Genoa jib (fiocco) numero zero. Cora IV (nella foto sotto il titolo) domina le regate. Da quel momento nasce ufficialmente il Genoa Jib. Il suo successo è immediato. Di porto in porto. Di regata in regata. Nel 1936, alle olimpiadi di Kiel, il marchese Leone Reggio vince la medaglia d’oro con il suo 8 Metri SI Italia con un genoa jib cucito da un velaio inglese nel suo corredo. Un anno dopo il formidabile Ranger Jclass che trionfa nella coppa America a Newport è dotato a sua volta di un genoa jib. Il mondo era conquistato, in appena poco più di 10 anni da quell’articolo sul Secolo che aveva anticipato tutto. Giovanella, Panario, Laugeri e Tagliafico. Quattro marinai a cui è toccata la gloria inarrivabiledi portare la loro città in quasi tutte le regate del globo. Genova prima. E tutto il mondo dietro.

L’ aria di chi l’ha appena combinata grossa… Il leggendario equipaggio del 6 Metri Cora IV, vincitori della settimana internazionale di Genova del 1926 col primo Genoa Jib. Da sinistra Raimondo Panario, Edoardo Laugeri, Francesco Tagliafico

Alle Olimpiadi del 1936 la flotta degli 8 Metri in partenza mostra inequivocabilmente l’affermazione del Genoa Jib.

Italia, campione olimpico 8 Metri 1936. La prima olimpiade con il Genoa Jib porta la medaglia d’oro un equipaggio genovese. Italia (il cui equipaggio completo era composto da Leone Reggio -timoniere- Bruno Bianchi, Luigi De Manicor, Domenico Mordini, Enrico Massimo Poggi, Luigi Mino Poggi) vinse con questi piazzamenti: 2-5-6-1-3-3-2. All’ultima regata 4 equipaggi sono ancora in lizza per la medaglia d’oro. A 200 metri dal traguardo l’equipaggio tedesco conduce la prova decisiva e ha la vittoria in tasca. Una zona di bonaccia lo frena, Italia che segue lo aggira e conquista il successo.

 

Genoa Jib sul J Class Ranger durante la coppa America 1937.

 


 

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Il primo cruciverba della coppa America. Puoi giocarlo qui

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Se fosse richiesta una sola immagine per cercare di spiegare il senso della partecipazione di Thomas Lipton alla coppa America la sola prima pagina del New York Times di mercoledì 28 luglio 1920 potrebbe davvero essere sufficiente.

Salto nel tempo. 97 anni fa. La quinta regata della tredicesima edizione della coppa America si è appena conclusa con la vittoria del defender Resolute per 3 a 2 nei confronti dello sfidante, Shamrock IV di Thomas Lipton. E’ una rimonta. Il defender era sotto di 2 a 0. Mai prima nella storia delle regata il defender era parso tanto in difficoltà, tanto vicino alla sconfitta. Anche per questo c’è tanta enfasi nel lunghissimo titolo a tutta pagina. Mentre sospiriamo nel rimpiangere un tempo nel quale la coppa America irrompeva con agio sulla prima pagina del più importante quotidiano al mondo, scorriamolo il titolo. “Resolute vince la regata finale e conserva la coppa America. Shamrock perde in una regata lenta con 13’05” di vantaggio”. Questa è la cronaca essenziale. Come da manuale di giornalismo. L’ultima riga del titolo, la terza, è, incredibilmente, tutta per lo sconfitto: “Best boat won”, says Lipton who will build Shamrock IV. Ha vinto la barca migliore, dice Lipton, che costruirà un nuovo Shamrock. Prima il plauso al vincitore, quindi la rassicurazione: tornerò. Perfetto. Il vincitore è dimenticato, ma pazienza, se è proprio quello che l’ America vuol sentirsi dire. Questa volta il manuale non è di giornalismo, ma di buone maniere. Ciò per cui è famoso Lipton. Un box a centro pagina ipotizza una sfida successiva nel 1922. In effetti l’edizione successiva della coppa America si svolgerà solo nel 1930, la prima con i J class.

vedi articolo

Effettivamente uno Shamrock V sarà presente come sfidante, ma verrà spazzato via dal defender Enterprise con un travolgente 4 a 0. Quella del 1920 è dunque certo la migliore tra tutte le 5 sfide di Thomas Lipton in coppa America. La popolazione scopre che è difficile fare a meno di lui. Del suo senso dello sport. Qualcuno ha provato a mettere il relazione la montagna di denaro speso da Lipton nelle sue sfide con il ritorno in immagine della compagnia che porta il suo nome, scoprendo che forse la somma destinata allo yachting sia stata persino ben spesa. Tutto ciò, prima che una strategia di marketing, appare irrilevante, come una conseguenza persino involontaria, una specie sorriso del destino. Lipton in coppa America ha perso, riperso e poi ancora perso. Ma, qualunque fosse la motivazione reale, non ha mai smesso di crederci. Questo ha fatto la differenza nell’immaginazione di tanti, in un’epoca nella quale le storie della coppa America si leggevano in prima pagina. Dopo la quinta sconfitta del 1930 lo stesso New York Times lancia una sottoscrizione tra i suoi lettori per l’acquisto di un trofeo ancor più bello della coppa America. Trofeo da regalare a Lipton. Arrivano 16 mila biglietti da un dollaro. Il raccolto viene portato da Tiffany che realizza una coppa. Quando la consegnano a Lipton, che era capace di sdrammatizzare in qualunque situazione, semplicemente non riesce a parlare, toccato come è dal gesto. Morirà pochi mesi dopo, il 2 ottobre 1931.  

 

 

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“Pensate a Emund Hillary. Il neozelandese primo uomo sulla vetta dell’Everest. Il suo primo commento allora fu memorabile nella sua asciuttezza: “we’have knocked the bastard off“. Per capire Peter Burling dovete pensare ad un kiwi di quel tipo. Un tipo semplice, tutta sostanza”. La dritta per avvicinarsi all’essenza del velista del momento è di qualità: PJ Montgomery, la voce della vela neozelandese in tv negli anni dei primi trionfi. Black Magic taglia il traguardo nella regata decisiva della coppa America del 1995 e lui urla al microfono: It’s now New Zealand Cup. Cinque anni dopo stesso urlo, cambiando di poco le parole: It’s still New Zealand Cup. E adesso? Adesso è il momento di Peter Burling. E dei suoi 26 anni. Il suo nome non sfigura dinanzi a quelli che lo hanno preceduto. Nel quadriennio 2012-2016 Peter Burling ha vinto 4 titoli mondiali 49er andando a vincere l’oro olimpico, irraggiungibile entrando in medal race. nel 2015 ha anche trovato il tempo per vincere il mondiale Moth. Una strabiliante marcia trionfale che culmina con la vittoria in coppa America con Emirates Team New Zealand. Il più giovane, a 15 anni, vincitore di un mondiale classe 420, il più giovane, undici anni dopo a vincere la coppa America. Un predestinato. “Per noi nel team -racconta Max Sirena– è semplicemente Mister Detail, signor dettaglio”. “La sua capacità di fare squadra è forse la sua migliore qualità -continua l’ex skipper di Luna Rossa– ha un approccio originale ad ogni particolare, pensa sempre che si possa migliorare qualcosa. Non si accontenta mai”. In barca e a terra è muro con pochi spiragli. Alla conferenza dopo la sola vittoria di Oracle in finale gli scappa: “Lo abbiamo fatto per farli scaldare”. E il giorno dopo, in acqua, aggancia il rivale Spithill da sottovento e sembra proprio salutarlo con la manina: “see you at the finish line…” La domanda adesso è: scopertosi indispensabile, Mister Detail, vorrà dire la sua sulla prossima coppa America? E se si, quale sarà la sua visione?

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La Gazzetta dello sport di oggi:

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Tartaruga delle Bermuda

Mancano appena poco più di 5 settimane al via della Louis Vuitton Cup. Il preambolo della coppa America.

Da qualche giorno all’isola di Bermuda è arrivato, buon ultimo, anche ETNZ che comincerà a fare uscite regolari verso la fine della settimana. E’ il momento di sintonizzarsi di nuovo con quella che resta la regata più importante al mondo. Nonostante i giganteschi sforzi del defender di demolirla. A mano a mano che la data di inizio si avvicina e arrivano le prime fotografie e report indipendenti aumenta lo sconcerto per la scelta del luogo. Il passaggio da San Francisco a Bermuda è ben più di un quintuplo salto mortale all’indietro. Dalla città più glamour dello stato più glamour al mondo si è finiti in un’isola minuscola.Avete riflettuto sulle sue dimensioni? Bermuda è 53,3 km quadrati. Cioè ben meno di un quarto della superficie dell’isola d’Elba (224 kmq) e appena di più dell’Asinara (50,9 km). Se non avete familiarità con l’Atlantico, dove Bermuda si trova, probabilmente ne avete di più con la Sardegna, a nord ovest della quale l’Asinara si trova. Provate allora ad immaginare che razza di impatto potrebbe avere una regata come la coppa America, con tutto quello che si trascina dietro all’Asinara. Quello che colpisce prima di tutto è certo l’incoerenza. Ci era stato detto che la grande città (San Francisco) era perfettamente funzionale alle ambizioni della grande regata. A che cosa è funzionale la scelta di Bermuda/Asinara?

Non è che molte delle scelte che ci vengono vendute come frutto di brain storming di menti eccelse siano in effetti frutto del caso, se non dell’improvvisazione? Lo stesso dubbio ci assale nella scelta del mezzo. I mitici catamarani volanti. Non passa settimana che non arrivi notizia di qualcosa di estremo. La caduta di un uomo a mare era considerato qualcosa di talmente insolito da dedicarci un titolo su un quotidiano. Anche in Italia. Avvenne così in occasione del campionato mondiale 12 Metri di Fremantle del 1986, preludio alla coppa America dell’anno successivo. 12 Metri in Australia Il prodiere di un 12 Metri italiano cadde in acqua e l’evento era registrato come clamoroso dai media. Perché cadere in acqua era inammissibile a quel livello in regata. Oggi quel paragone fa sorridere. Le velocità rispetto ai pachidermici e pesantissimi 12 Metri sono letteralmente quintuplicate. E i marinai cadono in acqua come birilli. Talmente spesso che viene il sospetto che ci siano altrettanti casi non documentati. Il vecchio assunto secondo il quale una barca deve attraversare la linea di arrivo con lo stesso numero di persone d’equipaggio con le quali è partito (nato per scoraggiare la tentazione di liberarsi di peso “inutile” nelle regate con vento debole), oggi viene rivalutato in modo alternativo. Dovremmo chiederci: sono in grado i moderni coppa America di tagliare la linea del traguardo con lo stesso numero di membri d’equipaggio con i quali sono partiti? Sembra una domanda paradossale, in realtà cova sotto la cenere, e presto dovremo farci i conti.

Sono tre i superlativi assoluti con i quali dobbiamo misurarci pensando ai catamarani della moderna coppa America: fragilissimi, velocissimi, pericolosissimi. Esiste ormai una casistica sufficientemente ampia per darli tutti e tre per consolidati. L’idea sotto la quale sono nati in realtà era diversa. Dovevano essere velocissimi, questo si. Ma che si siano rivelati anche fragilissimi e pericolosissimi, sono due conseguenze accessorie che sembrano essere scappate di mano. Per la verità avrebbero dovuto, sempre secondo l’idea originale, anche economici (economicissimi nessuno ha mai avuto la spudoratezza di sostenerlo). Ma anche questo obiettivo è stato fallito. In nome della velocità pura e assoluta è stato sacrificato tutto. Persino il match racing, che della regata era uno dei simboli. A 40 nodi di velocità il match race è impensabile. La regata si risolverà a favore del primo che riesce a “volare“, ad accelerare. Il campo di regata a BermudaPerché puoi anche essere dalla parte leggermente favorevole del campo di regata, ma se navighi a 20 nodi e il tuo avversario a 40, bastano pochi secondi per coprire distanze enormi, quindi chi se ne frega.  Il che spiegherebbe anche il perché i kiwi sono arrivati buon ultimi a Bermuda, appena poche settimane prima del via delle regate. E’ un altro cambiamento storico. Negli ultimi 30 anni abbiamo assistiti a grandi investimenti sul problema tattico. Sono stati scritti libri sull’idea di quella prima chiamata di bordo. Destra o sinistra, che influenzava la regata sino a determinarne, quasi sempre, l’esito. Tutto questo, insieme a quasi tutto il resto, non c’è più. Qualcosa di nuovo c’è però. Nuovo e beffardo. Si chiama tartaruga. Uno degli animali più lenti che ci sia. Le tartarughe sono popolarissime a Bermuda e qualcuno lo aveva decisamente sottovalutato. L’impatto tra una di loro e un cat coppa America ha certo conseguenze tragiche per le prime, ma niente affatto secondarie per i secondi. Con il limite di due coppie di appendici in dotazione per imbarcazione, questo può diventare un problema serio, serissimo. Lo dimostra l’unico impatto sinora documentato tra tartaruga e cat, che ha visto protagonisti i giapponesi. Questi ne sono usciti con timone e scafo seriamente danneggiati e l’impossibilità di navigare per alcuni giorni. Che uno dei simboli universali della lentezza possa influenzare lo show interamente devoto alla velocità è certamente un paradosso. Forse una vendetta celeste. Non resta che mettersi comodi e godersi lo spettacolo.

Tartaruga delle Bermuda

Tartarughe a Bermuda

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Cinico Sailing

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Saranno anche, anzi lo sono, straordinarie macchine da velocità. Manovrare però è un’altra cosa.

BAR hit dockYouTube play

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