La potenza di un attimo

A Kiel, l’unico porto al mondo che abbia mai ospitato due olimpiadi, il mare è grigio, scuro e poco profondo. Se non gli si dovesse il rispetto necessario a tutti i mari del pianeta, potremmo dire, sintetizzando e banalizzando, che è antipatico. Se sei un velista, prima o poi farai una regata da quelle parti. Farai i conti, durante le giornate d’estate che a quella latitudine non finiscono mai, con un cielo mutevole come un caleidoscopio e con l’odore della terra, meglio della campagna, che arriva trasportato dal vento, quasi mai dolce. Il vento di Kiel non ti accarezza mai, piuttosto ti prende a schiaffi. O li prendi come schiaffi di un padre che ti vuole bene ma anche ti vuole crescere ruvidamente, come adesso non è più di moda, oppure ti arrabbi, ti arrabbi tanto. Vincere una regata a Kiel non è da tutti, anzi è per pochissimi. Quei pochissimi disposti a ricevere schiaffi dal vento senza abbassare lo sguardo, anzi offrendo l’altra guancia. Ci vogliono un mucchio di schiaffi del vento per formare un campione. Una serie infinita di delusioni, di bordeggi sbagliati, di virate e strambate venute male. Di colpi di freddo, tanto freddo,  di incomprensioni con l’allenatore, con il nostromo del circolo. C’è tutto questo e molto altro ancora nell’urlo liberatorio con le braccia al cielo (lo vedete qui sopra) con il quale Francesco Marrai celebra la conquista del primo posto nella Kieler Woche, la settimana di Kiel alla fine di una medal race rocambolesca nella quale era entrato quarto in classifica uscendone vincitore. Colpi di scena, recuperi, sorpassi. Tutti gli ingredienti con i quali vengono condite le regate più belle. Con i quali gli attimi di una regata diventano ricordi indelebili che dureranno una vita. Grazie di averli condivisi, Francesco. E complimenti.

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Cinico Sailing: Comunicazione stile Mei Patacca

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E intanto Giorgia…

Non conosciamo, come potremmo?, la direzione e il senso della sentenza che il 21 aprile prossimo metterà un primo punto alla vicenda che vede protagonisti Barbara della Valle e la Fraglia della Vela di Riva del Garda. Sappiamo che ci saranno altre puntate, altre denunce, altre mamme indignate che hanno preso coraggio dopo la pubblicità di questo caso. Certamente ve ne daremo conto. Quello che questa sera è impossibile tacere è che Giorgia Cingolani, primogenita di Barbara della Valle, dopo poco più di un mese di attività in Laser, guida la classifica del campionato europeo 4.7. E lo fa da Under 16. Non sappiamo neppure come finirà questo campionato, se è per questo. Una cosa però l’abbiamo ben chiara. Cioè che Giorgia lo scorso mese di agosto ha lasciato la Fraglia della Vela di Riva presso la quale era tesserata alla FIV. L’ha lasciata per incompatibilità ambientale. Perché il cosiddetto metodo Fraglia, fatto di ruvidità virili e sbatacchiamenti non le andava più a genio. Da quel momento per lei è cominciato una specie di incubo. Dato che nessun circolo dell’alto Garda sembrava disposto a tesserarla. Perché accettarla come socia avrebbe voluto dire fare uno sgarbo al potentissimo club di Riva che ha esercitato tutte le pressioni del caso perché ciò non avvenisse . Sembra di raccontare una storia di fantascienza. Una ragazzina che se ne va sbattendo la porta dal club più famoso e che per questo va vicinissima a lasciare la vela. “Se Giorgia avesse smesso di andare in barca -ci ha raccontato il suo allenatore Fabrizio Lazzerini– sarebbe stata una sconfitta per tutta la vela italiana, per tutti noi”. Come non essere d’accordo. Ed è stato proprio lui, Fabrizio, a vincere le resistenze del suo club, il Circolo Vela Torbole e a farla tesserare. E solo dopo che il vecchio presidente ha lasciato il posto ad uno più indipendente. Poche settimane dopo quel tesseramento Giorgia Cingolani ha vinto a Formia la prima regata nazionale Laser alla quale ha partecipato. Giorgia Cingolani a FormiaE questa sera guida, dopo la prima giornata, la provvisorissima classifica del campionato europeo a Murcia in Spagna. C’è qualcosa di marcio, non in Danimarca, ma nella vela trentina. Ce lo urla Giorgia con la sua storia. Ce lo dicono i fatti di questi giorni. La vela italiana ha bisogno della Fraglia della Vela di Riva, ma ha bisogno di una Fraglia disposta a fare autocritica, a rifondarsi su presupposti completamente diversi. Con uomini completamente diversi.

Giorgia Cingolani con Fabrizio Lazzerini
Giorgia Cingolani con Fabrizio Lazzerini

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Il delirio di un certo Macrì

Il testo di Assolaser su Facebook

Quello che vedete qui sopra è un post apparso intorno alle 20 di lunedì sulla pagina Facebook di Assolaser. Possiamo considerarla la “risposta” alla presa di posizione del presidente FIV pubblicata su questo Blog nei giorni scorsi. Una risposta sconnessa. Che parte da una bugia. Non è infatti la FIV ad aver cambiato rotta. Se mai, la FIV ha esaurito la pazienza di fronte alla estenuante immobilità di Assolaser. Che da 2 anni non è disposta a modificare il proprio inaccettabile Statuto. Una immobilità certificata dall’avvocato della FIV Mazzoni nel corso di due incontri nel mese di marzo. Incontri talmente deludenti da generare la reazione della FIV. Assolaser mente sapendo di mentire perché sente di essere arrivata alla fine del suo percorso. Perché è più probabile che Bobby Solo vinca la medaglia d’oro nella classe Finn a Tokyo 2020 che Macrino Macrì torni ad avere il controllo della associazione dei Laser italiani. Associazione che esiste e che lo stesso Macrì, con la classe che gli viene universalmente riconosciuta, definisce “pirata“. Lo comprendiamo, Macrì è allergico ad ogni tipo di democrazia. L’Associazione Italia Classi Laser, che di democrazia e trasparenza fa punti fondanti, deve sembrargli un congrega che arriva da Saturno. Resta il fatto che tristemente e fregandosene bellamente degli interessi dei laseristi italiani, Assolaser opera un ricatto sul futuro. E’ dunque indispensabile che la FIV spinga sull’acceleratore con World Sailing perché ILCA prenda atto che in Italia l’unico interlocutore possibile è AICL. Macrì quindi può continuare ad abbaiare alla luna con pochi sodali. Questa volta vogliamo segnalarvene due. Organigramma AssolaserCome apprendiamo dal sito Assolaser (sopra), quella associazione fuorilegge da 2 anni per la FIV, ha un presidente e un vicepresidente. Entrambi in carica da tempo immemore. Si chiamano Roberto Beltrame e Davide Bortoletto. E’ anche grazie a persone come Beltrame e Bortoletto che Assolaser continua ad intralciare il presente e il futuro della vela italiana. Ci domandiamo, ma come dirigenti di una associazione fuorilegge non dovrebbero essere deferiti? Il fatto che non si dimettano indica incontrovertibilmente che sono d’accordo con la politica del loro segretario. Quella politica che disconosce una delibera del Consiglio Federale FIV. Quella politica che obbliga al doppio tesseramento decine di laseristi italiani. Non è ora di prendere posizione anche nei confronti di costoro? Bortoletto e Beltrame, tenete a mente questi due nomi. Se la vela italiana è peggiore di quello che dovrebbe essere è anche grazie a loro.

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Il Gallo cedrone e i doveri di un militare

Il post Facebook di Marco Gallo

Quello che vedete qui sopra è lo sconcertante post apparso sul profilo Instagram di Marco Gallo, finanziere salernitano. Secondo classificato al campionato nazionale Laser appena concluso al Lido di Ostia. Perché sconcertante? Vediamo di ricostruire gli eventi per chi non ha avuto il fato di viverli in prima persona. Sabato la flotta è tornata a terra dopo due regate disputate (la sesta e la settima del programma). La classifica vedeva Giovanni Coccoluto in prima posizione con 2 punti di vantaggio su Francesco Marrai e 10 su Marco Gallo. Tutti e tre sono atleti delle Fiamme Gialle. Domenica poi il meteo ha impedito lo svolgimento dell’ottava prova. Dunque quella avrebbe dovuto essere la classifica finale. Invece sappiamo che la classifica che passa agli archivi vede Marrai campione italiano davanti a Gallo e Coccoluto. Che cosa è successo? E’ successo che al rientro in porto Coccoluto e Marrai si sono protestati a vicenda. Ma mentre la protesta del primo nei confronti del secondo è stata respinta, quella di Marrai è stata accolta. E la conseguente squalifica di Coccoluto ha cambiato la classifica finale e il nome del campione italiano. E’ davvero un peccato che il titolo nazionale della classe più importante d’Italia sia stato assegnato da una Giuria e non da l’esito delle regate in acqua. E’ apparso non solo insolito, ma persino inopportuno che i due protestanti appartenessero allo stesso corpo militare. Chi scrive ha espresso queste perplessità direttamente al loro responsabile tecnico delle Fiamme Gialle, Pierluigi Fornelli (nella foto sotto al centro con Marrai e Coccoluto). Il tutto ben oltre il tramonto, direttamente fuori la stanza dove la Giuria stava discutendo (e lo ha fatto a lungo) il caso. 

Non poteva Fornelli imporre ai due “litiganti” di stracciare le rispettive proteste in nome della sua autorità militare, visto che si trattava di due compagni di squadra? Certo, avrebbe potuto. Ma ha scelto di non farlo, la sua opinione, può non essere condivisa ma deve essere rispettata. “Qualunque sia l’esito delle proteste, il loro vantaggio in classifica è tale che comunque sul podio resterà un atleta delle Fiamme Gialle” ci ha detto Fornelli. Che così ha argomentato: “Diverso sarebbe se fossimo ad una regata internazionale, consideriamo questo un passaggio formativo. C’è agonismo, rivalità tra i due ragazzi e le proteste fanno parte delle regate. Impareranno qualcosa di importante anche qui”. Una visione più romantica dello sport ci fa pensare che avremmo preferito che lo stesso Fornelli (oppure i suoi superiori presenti alle regate) avesse optato per l’idea di cancellare d’autorità entrambe le proteste. Non è stato così ma non si può dire che la sua posizione non abbia una sua logica. Ne abbiamo quindi preso atto. Con un briciolo d’amarezza. Visto che la protesta che ha deciso poi il campionato era basata su la testimonianza di un terzo regatante obiettivamente un po’ distante per essere preso come decisivo nell’episodio che ha determinato l’assegnazione del titolo. E che anche la protesta presentata da Coccoluto aveva un testimone, guarda caso Gallo stesso, ancor più distante. Ma se per Fornelli e dunque per le Fiamme Gialle, il caso è stato indirizzato sul “via libera alle proteste tra compagni di squadra” ce ne siamo fatti una ragione. Non si può dire la stessa cosa per il terzo del team “Laser Fiamme Gialle”, Marco Gallo che scrive su Instagram che “non si sente di fare i complimenti a chi lo ha preceduto per il modo in cui ha conquistato il titolo”. Che è quello deciso dai suoi superiori. Da tempo ci lamentiamo pubblicamente del mal funzionamento dei Gruppi Sportivi Militari. Ci lamentiamo del fatto che troppo spesso chi ne fa parte sia ossessivamente concentrato sui propri diritti (ricevere lo stipendio) e molto poco sui propri doveri. Essere un militare è una cosa molto seria. Che questi ragazzi dimenticano troppo spesso. Marco Gallo non si sente di fare i complimenti a chi lo precede. Sostiene che non meglio identificati “addetti stampa” scrivano “minchiate”? Marco Gallo (a destra) non può permettersi il lusso di parlare o scrivere come se si trovasse al bar. Ha il dovere di complimentarsi con il vincitore in tutti i casi. Se poi come in questo, si tratta di un suo compagno di squadra deve esserne più che felice. Ai Gruppi Sportivi Militari la collettività demanda anche il compito di formare degli uomini. Con Gallo la missione pare lungi dall’essere compiuta. La domanda è: si merita di restare nelle Fiamme Gialle un signore che dimostra di non avere idea delle responsabilità che questo comporta?

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Scarso come un velista italiano, dannoso come un Optimist

Viziato, indolente, coccolato, esigente, attaccatissimo al vil denaro. Ma soprattutto: perdente. Comunque la pensiate a proposito dei velisti italiani, in particolare quelli delle derive monotipo e delle classi olimpiche dovete convenire su un punto inequivocabile: alle olimpiadi fanno ridere. Non vi piace il tono sarcastico? Eccovi accontentati, tanto la sostanza non cambia: sono dei perdenti. Lo sono stati sino ad oggi i maschietti dato che l’ultimo campione olimpico italiano Agostino Straulino ha vinto il suo alloro un’era geologica fa, nel 1952 e, dettaglio niente affatto secondario, se nascesse oggi non sarebbe croato. Cioè figlio di una nazione che attualmente con l’Italia neppure confina. Per le donne la situazione è leggermente migliore, grazie a quella che potremo definire una anomalia, visto che non ha fatto scuola. Alessandra Sensini, ultimo oro della vela italiana olimpica (Sydney 2000) da sola ha un bottino di medaglia (oltre all’oro, due di bronzo e una di argento) che vale quasi un terzo delle medaglie complessivamente vinte dagli italiani in tutte le edizioni dei Giochi (14).

Quale è il problema? Perché l’Italia non esprime campioni della vela? Come è possibile che nazioni che non hanno neppure accesso al mare (l’Austria per esempio) ci precedano nel medagliere olimpico? Come è possibile che nazioni come Norvegia, Danimarca, Svezia e Germania dove si naviga a latitudini dove la vela è praticamente impossibile per molti mesi all’anno abbiano vinto complessivamente  molte più medaglie di noi? Come spiegarsi infine che nazioni del tutto simili alla nostra come Francia o Spagna abbiano un medagliere infinitamente più ricco del nostro? Rinfreschiamoci la memoria con le statistiche olimpiche complete aggiornate. 
ORO ARGENTO BRONZO TOTALE
GRAN BRETAGNA 28 19 11 58
USA 19 23 18 60
NORVEGIA 17 11 3 31
SPAGNA 13 5 1 19
FRANCIA 12 9 14 35
DANIMARCA 12 9 9 30
AUSTRALIA 11 8 8 27
SVEZIA 10 12 13 35
NUOVA ZELANDA 9 7 6 22
OLANDA 7 8 7 22
BRASILE 7 3 8 18
URSS 4 5 3 12
GERMANIA 3 4 4 11
AUSTRIA 3 4 1 8
ITALIA 3 3 8 14

Tutto questo, logica alla mano, si può spiegare in un solo modo: i nostri velisti sono più scarsi dei loro colleghi, più somari insomma. Alle ultime olimpiadi di Rio siamo tornati a casa senza medaglie. La stessa cosa era successo 4 anni prima a Londra e 4 anni prima ancora, in Cina, ci era voluta la solita “anomala” Sensini e un ragazzo argentino naturalizzato per lo scopo, Diego Romero, (a sinistra al suo rientro a terra in Cina da medaglia di bronzo) per non tornare a mani vuote. Non è il momento di una seria autocritica che coinvolga le radici del problema? Qualcuno vuole finalmente ammettere che la radice del problema della vela italiana si chiama Optimist? A molti, quasi a tutti, questa affermazione, questo indice puntato sulla classe dei più piccoli, suonerà impropria, clamorosamente falsa addirittura. La percezione che si ha dall’esterno della classe Optimist in Italia è il contrario di un fallimento. Cioè un rigoglioso successo: molti titoli, regate con partecipazioni straordinarie, spesso da record. Il punto, anzi il problema, è che ci si dimentica che la classe Optimist dovrebbe essere propedeutica alla vela olimpica, dovrebbe cioè formare i velisti che una volta cresciuti diventano equipaggi olimpici. Se ci dimentichiamo di questo, se pensiamo ad una classe Optimist fine a se stessa, o al massimo, come di fatto accade in Italia, ad una fabbrica di equipaggi di 420 che non ha uguali in Europa e nel mondo, allora sì, la classe italiana Optimist è un clamoroso successo.

Se invece del dito che la indica però guardiamo alla luna, dobbiamo verificare per esempio il solo velista nella squadra olimpica di Rio de Janeiro con il tricolore, con trascorsi significativi in termini di risultati nella classe Optimist fosse Ruggero Tita, peraltro selezionato all’ultimo secondo e autore, come tutti gli altri, di una prova non memorabile. Tita e basta. Tutto qui il contributo della formidabile corazzata della classe Optimist italiana alla vela olimpica nel quadriennio appena trascorso. Che a guardar bene tanto formidabile non deve essere. Non per ragioni casuali, non per un destino cinico e baro, ma per precise motivazioni tecniche. Esploriamone un paio. La prima è che in Optmist si va, incredibilmente, fino a 15 anni, che sono troppi. Perché? Perché per vincere in Optimist non bisogna essere troppo alti (rispetto alla media di 15enni ovviamente). Chi a quell’età, e sono la maggioranza, è già “troppo” alto, a primeggiare tra gli optimisti non riuscirà mai. Senza risultati, sarà bollato come un perdente o quanto meno un non predestinato alla vela e finirà per abbandonare. Perché senza risultati tanto la famiglia quanto il circolo di appartenenza non saranno invogliati ad insistere. Peccato però che la vela olimpica attuale sia fatta, con l’eccezione dei ruoli di timoniere per il 470 (tanto maschile quanto femminile), per spilungoni. In altre parole: tutte le classi olimpiche attuali sono disegnate in modo tale che un velista “lungo e sottile” sia naturalmente più a non solo più a suo agio a bordo, ma risulti più efficiente, che poi è quello che conta. E la questione non è opinabile. Ci sono ovviamente eccezioni, ma nella stragrande maggioranza dei casi è così. Perché la classe italiana Optimist non abbassa di un anno il limite massimo per partecipare alle regate in modo di dare maggiori chances anche a coloro destinati ad altezze superiori? Tecnicamente non potrebbe unilateralmente, è una decisione che dipende dalla classe internazionale. Però potrebbe favorire il processo. Non lo fa. O comunque non abbastanza. Diciamo la verità, anzi, una ovvietà: un 15enne, più maturo di un 14enne, ha maggiori possibilità di vincere tanto in campo nazionale, quanto in quello internazionale. Un caso evidente, anzi eclatante, dove la classe antepone i propri interessi, le proprie medaglie, all’interesse generale della vela nazionale. Così quando leggiamo che i nostri ragazzi vincono in campo internazionale, forse dovremmo renderci conto che si tratta di una buona, ottima notizia, principalmente per la classe, non per la vela italiana in generale. O al massimo per la classe 420.

Sapete che quella italiana è la flotta 420 più forte al mondo? In altri Paesi si privilegiano 29er o FX. Da noi no, per come è strutturata la classe Optimist attualmente, il passaggio naturale successivo è il 420, dove spesso vinciamo titoli importanti senza riuscire a produrre però velisti memorabili in chiave olimpica. Un’altra ragione tecnica della debolezza delle squadre olimpiche nazionali risiede nel fatto che lo straordinario successo della classe italiana Optimist, dovuto soprattutto, come vedremo tra poco, all’abilità del suo segretario, Norberto Foletti, di fatto non lascia spazio a classi alternative. Open Bic (a destra) e Topper, per dirne due di alternative, hanno un appeal nettamente superiore allo sgraziato Optimist, sono più belle, più tecniche, dipendono assai meno dal peso (e quindi anche dalla lunghezza di chi li conduce), ma in Italia, al contrario di quello che succede nel resto del mondo faticano moltissimo, schiacciati come sono dalla trionfale affermazione dell’Optimist. Un’affermazione, come visto, per lo più fine e se stessa. Le rispettive associazioni di classe (di Open Bic e Topper) non sono all’altezza? Forse. Ragione di più per aiutarle, cosa che spetterebbe alla FIV.

Sapevate che per mettere in piedi una regata Optimist in Italia un circolo deve affiliarsi alla classe? Ufficialmente, per quanto appaia bizzarro, per essere certi che siano rispettati determinati criteri organizzativi, in realtà questo sistema ha consentito negli anni e consente adesso al segretario Foletti di stringere ottimi e decisivi rapporti con i presidenti dei circoli. I presidenti dei circoli sono quelli che votano presidente e consiglieri federali. Organizzare una regata di Optimist, con i numeri della classe in Italia, è un affare, spesso un ottimo affare. Un indotto a molti zeri, che fa gola a tutti. La Fraglia Vela di Riva (Garda trentino e club di Foletti) è grazie all’Optimist il circolo con il miglior bilancio d’Italia, per dirne una. Tutto bene? Si, sempre se leggiamo questa storia con la visuale ridotta di una singola classe. No, se lo scopo ultimo è quello di migliorare la qualità della vela olimpica italiana. La verità è che questo virtuosissimo, sempre e solo per la classe, meccanismo ha reso Foletti l’uomo più potente della vela italiana. Talmente sopra ogni giudizio da permettersi il discutibilissimo sfizio di affittare un capannone di proprietà alla classe. Tutto in regola, per carità. Apparentemente persino un affare, in termini economici,  per l’associazione medesima. Vogliamo dire che è almeno (parecchio) inopportuno? Un segno, l’ennesimo, di onnipotenza: nessun presidente federale, ne tanto meno i consiglieri, ha il coraggio di mettere dei paletti alla sua organizzazione, perché la rete di relazioni del segretario della classe, di fatto è in grado di spostare molti voti. Decisivi per ogni votazione da anni. Foletti in FIV non contratta per strappare condizioni favorevoli, oppure mezzi per la sua classe, chiede e ottiene. Lui può. E’ del tutto evidente che la classe Optimist italiana non sia funzionale alla vela nostrana olimpica, che, risultati alla mano, avrebbe un gran bisogno di aiuto. E’ molto triste verificare che delle semplici questioni politiche non consentono nessun tipo di riforma. Ma è molto triste soprattutto per quei dirigenti. Teniamoci allora una classe Optimist fortissima e una compagine olimpica sgangheratissima. Ce la meritiamo.

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